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Lino Angiuli ■ Tella bruttebbona


Lino Angiuli
Tella bruttebbona


Vergognare? E perché mi devo stare a vergognare io? Mica è una malazione! E mica è la mia la colpa se non sono andata manco alla scuola elementare, ché mio padre era buono e caro, ma era contro di mandare le figlie femmine alle scuole e allora mi mandò soltanto alla maestra di cucire: «Sempre maestra è; quello che ti devi imparare della vita te lo impari da tuo padre e da tua madre». 
Per questo fatto forse a me la cultura mi è lasciata in gola e – non ci crederai – mi piacciono di più i libri del mangiare: a vederli e a toccarli, però, no a leggerli, ché manco una ‘o’ col bicchiere mi sono imparata a fare. 
Mi dispiace assai, ma però – accome ho detto prima – io non mi vergogno anzi − se lo vuoi proprio sapere − apposta voglio parlare sempre intaliano non indialetto, pure a mia casa, ma dippiù se devo andare al dottore: lì mi spizzarrisco pure con le parole sanitarie che mi piacciono assai, che se nasco un’altra volta devo vedere di fare la medichessa.
Esempio, l’ultima volta che tengo andata al dottore gli ho detto che mi sentivo come una specie di affanno a salire le scale o puramente a lavare a terra con la pezza, tanto che mi stavo a fissare di una cosa che ho sentito alla televisione: se da piccolo hai avuto le donzelle ti può pure venire una malattia alla valvola mitraglia o addirittura ai ventriloqui del cuore che non sono una fesseria. Invece lui dice che può essere solo un dolore vicino al reno che mi è sparato a lavare a terra senza mazza, datosi che mi spezzo in due, e che devo stare attenzione all’impressione, perché se mi fisso mi possono venire le malattie del cervello. 
Io me n’avverto che se la ride sotto ai baffi, il gaggio, aqquando dico le parole sanitarie che certamente le sbaglio a dire, lo so, come non lo so! ma a me che me ne freca? Abbasta che mi capisce e mi dà le medicine esatte. Tanto vedo che non sono solo io a sbagliare al dottore. 
Ne sento che ne sento nella stanza dell’aspetto, aqquando ai pazienti gli viene la susta e cominciano a parlare sopra e sotto, mischiando fave e cicorie! Quello dice che si deve adoperare all’insetto nasale, una donna prena dice che tiene i cognati di vomito, quell’altro si lamenta per gli artrosi verticali e si deve fare gli analisi. 


L’altro giorno, una donna invece di dire che teneva il dolore al trigesimo diceva “al trigemi-no”. A uno poi gli era nato un figlio dauno e una volta stava pure una bambina che teneva il labbro pecorino. Non ne capisco assai, ma mi penso che pure loro qualche sbaglio come a me lo fanno, o no?
Insomma, che insomma, vuol dire che sulla faccia della terra ne stanno assai non solo di guai, ma pure di gnoranti come me che vanno aggirando alla luce del sole! Meh! E che devono fare: si devono sparare? Tanto, sono gnoranti pure quelli che hanno fatto le scuole, certe volte: chi la quarta, chi la quinta e pure quelli che hanno fatto le scuole alte. Guarda, è roba da rimanere illibati altrocché!
L’altra che a me mi tratta come mi tratta il dottore è quell’altra, Mariarosa, la commarella mia bibliotecaia, che la madre veniva alla sarta con me. Beh, aqquando io mi metto col pensiero che devo parlare pulito, lei si fa le meglie risate e, propriamente, le parole che dico se le scrive sopra al compiù, che chissà da dietro quante risate che si fanno sopr’a me lei e le compagne sue. 
Oh, e che è cos’è? La caricatura? Solo perché non sono andata alle scuole? Questo vi hanno imparato i libri e le scuole?
Esempio – tutto ti devo dire? – ogni volta che ci troviamo mi deve far contare il fatto che tiene già scritto sul compiù da aqquando, mo’ fa tre anni, andiedi a Roma col pulmo a vedere il Papa nuovo e ci fermammo a San Giovanni laterale. Dentro il pulmo stava l’aria condizionale; usciamo e ci prende un’acqua a zone, che pioveva a ridotto e mi abbagno sana sana, pure se tenevo in collo un sorto di kiwi. 
Madonna, pure i piedi nelle pozzanghe!!! Non mi venne una forte influenza che hai voglia a buffarmi di campomille e spremute di marange? La notte la febbre a quaranta: insomma l’avevo presa in gola, benedetto Papa Benedetto. Ma – come dice il proverbio? – “meglio prenderla in gola che… che… che una gallina domani!”.
Comunque che sia, ehi a te Mariarosa: inutile che mi fai quel sorriso smagliato aqquando parlo io e ti fai la bella con me che sono alfabetica. E grazie, che grazie. Ti sei presa la laura all’Università e capisci di tutte quelle cose che stanno sopra ai libri grossi con la copertura colorata. Come mi sento di fottere io, Mariarosa, ma non per la laura, ma perché stai sempre in mezzo a tutti quei sorti di libri di tutte le qualità e di tanti colori, con tante e tante figure sopra e dentro. 
Se io tenevo le scuole e tenevo pure i soldi, anziché di fare un rivestimento bancario, dovevo comprarmi tanti di quei libri che la casa me la dovevo riempire sana sana di loro, io.
Insomma, certe volte la vado a trovare apposta dentro alla biblioteca per sentirla di parlare: a me, aqquando la vedo che ragiona coi cristiani, mi sembra peggio di una professoressa, e prende i fatti da sotto e da sopra, e nomina tanti e tanti nomi che si sentono solo dentro alla televisione ed escono sopra ai giornali, pure i nomi delle trasmissioni scienziate di Pierangela. Che ti devo dire: Ludovico Arrosto, Camillo penso di Cavùr, Giacomo Leopardo, e uno che non l’ho sentito mai di nominare, Ugo Fosco – se non vado a rate – lo scrittorio che lei tiene fatta la tesi di laura proprio sopra a lui. 
L’altro giorno che sono andata stava a dire a un cristiano i libri sopra al buco della zona, e a un altro quelli sopra la musica dota cafonia, e con uno studente parlava – come se era nulla – delle guerre tuniche, mi pare. 
Quanta roba è bello a sapere, però. Ma però non ti devi fare tanto bella, eh Mariarosa, che la vera gnorantità non è di non sapere le parole difficili, che più ne sai e più puoi frecare al prossimo. 
Lo vedi alla televisione? Tutti questi politicanti che stanno sempre a parlare dire parlare, e sono tutti emorroici che gli fa pure la schiuma alla bocca? Parlano, si prendono a capelli, si menano a stutare con tante di quelle parole e di quei verbi difficili e inutili. 
E il risultato? E il risultato? Lo vuoi sapere il risultato? Il risultato è che io devo aggirarmi tre quattro supermark per vedere addove sono più mercati il latte, la farina e le uova, ché mi piac-ciono assai i dolci a me, a farli e pure a mangiarli, propriamente la crema scintillina accome la spiegano alla televisione della mattina. A chi gli manca l’affetto – l’ho sentito là – gli piace assai il dolcetto. 
Io dico, pure che non ho fatto le scuole alte, io dico che la vera gnorantità sta dentr’al petto non dentr’alla testa. Se no Gesù perché se la doveva fare con i poveri cristi? Pure i suoi aposti erano quasi tutti mezzi cozzali e pescivendi e, chi lo sa, forse solamente uno o due erano di lettura. Magari – che ne sai? – magari pure San Pietro era un capo vastaso che davanti alla tavola bandita dell’ultima cena magari gli poteva pure scappare di 
parlare alla mano al Maestro «Na’, Maestro, oggi sono andato a pescare le vonghe voraci per dartele proprio personalmente a te». Poi, a buono a buono, gli scende il palombo dello spirito-santo sopr’alla testa e s’impara a parlare come i cristiani, lui e i suoi compagni di vangelo, cioè gli altri aposti che, levato Giuda, erano tutti cristiani a posto. E grazie! Mettimelo a me il palombo sopr’alla capa e poi vediamo se non sono capace pure io di parlare intaliano e in tutte le lingue di questa terra.
Io, poi – addove è giusto è giusto – io voglio essere pure prezzata che faccio uno sforzo pa-recchio di dire intaliano le cose mie, pure se lo so che faccio tanti orrori di sbaglio. Voglio essere prezzata che certe volte parlo pulito, massimamente colle parole delle telenovele, che io le vedo tutti i santi giorni, pure se viene il terremoto. 
Mo’ mi sono attaccata assai a quella… la Forza della passione, che stanno lui e lei, Diego e Ramona, che ne passano un sacco e una sporta di tutti i colori sopra e sotto ma si amano sempre sempre, alla scusa di quel caimano dello zio di essa, Rodrigo, un fame, un vero malinquente, e quella ruffiana traditora della serva negra di faccia, che per la forte celosia li vogliono per forza far scocchiare. Ma alla forza della passione, caro Rodrigo, non gli puoi andare da sopra, perché l’amore… l’amore la parola stessa lo dice! E devi vedere i baci – oh – gli strusciamenti, le parole capate da dentro al mazzo che ti fanno capponare il pellame!
Ah l’amore, l’amore a me mi è incappato sempre in canna. E hai voglia a dire «San Pasquale Baylonne protettore delle donne, fammi acchiare un bel marito, bianco rosso e colorito». 
Sai cos’è il problema? Non tanto mio padre che era buono e caro, ma però mi stroppiava di mazzate solo al pensiero che io potevo pensare a quelle cose – non sai? quelle cose… – o pura-mente al pensiero che uno poteva stare a pensare a me. 
Il problema vero è che il padreterno con una mano mi ha dato e con l’altra mi ha levato. Da una parte − lo faccio per vantarmi − mi trovo un personale e una corporazione veramente di lusso, sanguellatte, e due “paraurti posteriori che sono un capolavoro”: queste proprio sono le pa¬role che mi dicono tutti i maschi che trovo da dietro e che mi fanno il sordellino o puramente mi vengono appresso per dirmi “bonazza” o “ti vorrei fare a un’ora di notte”. Ma solo da dietro però, perché come mi volto… è vero che tengo pure due sorti di “paraurti anteriori”, ma ci ho pure due occhiali doppi come due culi di bottiglia, che si prendono tutti paura solo a vederli.
E che ci devo fare? Mi devo sparare? Meh, per il fatto che ci ho ’sti occhiali, appena io mi aggiro di faccia, subito loro si aggirano di tacchi. Solo qualche maiale mi dice le parole dei porchi, che non le posso dire, ché se lo sa mio padre mi sfracana di mazzate solo a sentire che le ho sentite certe parole.
Insomma, m’assomiglio proprio a quella pera che la chiamano “bruttebbona” – non sai? – quella che da un quarto è bella rossarossa e dall’altro quarto sembra proprio una ceramara. 
Comunque sia, o di lì o di là, sono rimasta vacantina a questa bell’età, e devo stare quasi sempre dentr’a casa, io, la gatta che mi cresco dall’an¬no passato, e mio padre, che mamma, piuttroppo, era ancora giovane aqquando alla complicazione di una grave danza se ne andò al creatore mentre si partoriva di Rocchino, il secondo fratello mio che sta col grande nell’Ussemburgo, che si sono accasati con due femmine germanesi, ma è accome che non le tengono, ché quelle dell’estro mica sono come noi che la famiglia è la prima cosa!
E aspetta! Poi c’è pure il fatto del nome e cognome, che te lo voglio dire proprio.
Accome mi vado a chiamare io? “Tella”, che poi è minutivo di Rocchitella, datosi che al mio paese il santo padrono è San Rocco di Nonpeglié. Allora da Rocco Rocca, da Rocca Rocchitella, da Rochitella Tella. 
Hai voglia a dire che sono Telluccia, non per avere un altro minutivo che già ne tengo assai, ma per levarmi da sopra lo sfottimento scemo di certi maschi scemi. Ma niente da fare. Tella ero, Tella sono e Tella devo morire.
E quale si trova ad essere il mio cognome? Lo sai, no? “Metto”.
Allora, datosi che dalle parti nostre per domandare a uno accome si chiama si dice «come ti metti», è troppo facile fare le sonate fesse sopra a me povera crista. La prima sonata: «Come ti metti, Metto?». Che poi viene pure la seconda sonata: “Tella Metto”, e bonanotte, figurati le risate dei porchi che non sanno manco ridere zitto zitto, ma se la devono fare grasciosa la risata, che si deve sentire fino alla piazza. 
Hai voglia a dire che sono Metto Rocca: non ci sta niente da fare! Ma certe volte, senza che lo sa mio padre, gli do le risposte giuste all’uso mio, non sai? «E tua madre come si mette?», oppure «Io mi metto come mi 
metto ma tu mettiti al costo e vai con la Madonna»; oppure «Certamente non mi metto come si mette tua sorella sopra al marcialappiedi».
Insomma, questa storia del nome e del cognome mi dà proprio qui e non ci voleva proprio a me poveretta.
E la colpa non è dei minutivi? 
Invece alla televisione i nomi di donne si sentono accome nomi esatti, accome Vanessa De-bora Azzurra Ilenia. L’hai sentita mai di chia¬mare Sisina a una Vanessa della televisione? E se la principessa Sissi la chiamavano Sisina, non dovevi sckattare a ridere? Meh, e a noi perché ci devono stroppiare tutti i nomi, che la maggioranza sono già fetenti per conto loro? 
Sei nato Salvatore? Diventi Toruccio. Sei nato Vito? Puoi diventare, a piacere, Tutuccio o Tuccino o, se sei di Polignano a Mare, Vitullo. Da Onofrio puoi diventare Fiuccio; da Domenica Chechella o, a piacere, Chellina, no Chelina, che invece scende da Michele femmina. Nenenna può scendere da Maria o da Rosa: che ci azzecca Nenenna co ’sti nomi? Boh! Lino e Linuccio, poi, non si capisce neppure da addove scendono. Vai a vedere se si chiamavano Raffaele Angelo Michele Pasquale Daniele o Natale. 
Chi lo sa, forse che le mamme li vogliono tenere sempre sotto i figli. Per questo li chiamano coi nomi piccolini! Ma dico io alle mamme: li avete fatti? Li avete cresciuti dentr’alla pancia per nove mesi? Gli avete dato il latte pure fino a tre anni? Li avete imparati di fare pappa pipì puppù? meh, e non vi basta? Che gli volete dare la menna fino aqquando devono fare vecchi i creaturi? Levatevi davanti agli occhi una santa volta, ché quelli devono crescere con le gambe e col cervello loro. 
E pure ai padri – non ti pensare – questo fatto gli conviene e come! Con la scusa del minuti-vo, se li vogliono tenere sempre sotto i figli. Più piccoli sono e meglio è, il fastidio è di meno. Forse per questo Cosima non basta e diventa Mina; poi la stroppiano ancora di più: Mimina o Mimma, che poi era meglio Mina, a questo punto, accome la cantante. Concezione non basta e diventa Concetta, Concettina, Tina, e la devono stroppiare ancora: Titina o Titella, che però non c’entra niente col nome mio. 
Pure il nome della Madonna, che è tando bello – Vergina Santissima – da Maria lo stroppiano a Iuccia. Ma non basta. Pure Iuccella. Un altro poco la chiamano Lina, che poi vai alla pesca da addove scende quest’altra.
Non ne parliamo se uno si mette Francesco di nome: Franchino Francuccio Ciccio Cillino Cic-cillino Cilluzzo Ciccilluzzo Checco… e Cucù, no? Dico io!
Vieni qua, Cillino, a papà; vieni qua che ti devo imparare le ducazioni… a botte di mazzate, stampate e pioni.
E pensare che tutti i nomi scendono dai Santi. Ah, i santi, i santi: aqquando si vuole onorare il padrono del paese, massimamente per avere qualche grazia, ecco che cosa ti esce da sotto: una Tella o, ancora peggio, un Madio, a Monopoli, la quale lì sta la Madonna “della Madia”, non “dell’Armadio”.
Non ne parliamo poi dei cognomi! Stanno certi cognomi sdreusi che pare che li hanno fatti ap-posta per ridicolare le persone. Il mio ancora ancora…, che a “mettere” si possono mettere tante robbe – non solo quella cosa che pensano i maschi, che sempre a una cosa stanno a pensare, ’ngul’a loro. Stanno quelli più sospinti: Menna, Zizza, Zinna, Tetta. Ma non ne stavano di cognomi più aggraziati, dico io? Addove si va presentando una femmina che si chiama accosì? 
Quasi quasi mio padre fece bene a non mandarmi alle scuole. Chi lo sa, forse lui se lo pensava quello che mi dovevano combinare i compagni e le compagne: «Accome ti metti, Metto?». Sì. E accome si mette tua sorella? Mah, Gesù, fammi stare zitta, fammi stare, che è meglio!!
Il mese passato ho sentito alla televisione che i cognomi di prima pri¬ma erano i soprannomi dei difetti delle persone. E i difetti, da in mano agli antichi – lo sappiamo – vanno a sfrugugliare massimamente le cose sporche, come gli è capitato a una cristiana della Sicilia, che si chiamava Vanna Fecarotta. Ma, Vanna mia bella, sentimi a me, a Tella tua: ma a chi glielo andiamo a contare che al principio principio era stata la “feca” a rompersi? Come pure – secondo te – uno che si mette Grattagliano, che cosa si poteva grattare al principio principio, la capa? E allora non si doveva chiamare Grattalacapa?
Alla sarta veniva con me una che si chiamava Cuzzolongo. E ci vuole tanto a capire il trucco che sta sotto questo “cuzzo” di cognome? E poi, mi dovete dire a me: a una femmina che ci azzecca il cognome “cuzzo”, che se lo deve portare “longo” per tutta la vita sua? Come quegli altri che si chiamano Crescimanno o puramente Cuzzocrea, veramente. 
Eh, quelli, mi penso io, al tempo del difetto, subito sono scappati al municipio a farsi scambiare il cognome, che poi era il soprannome, che poi era il difetto. Insomma!
E i difetti, carissima cara, vanno pure dietro alla moda, che ti credi! Ti ricordi che proprio faccimbronte alla Cappella del Santissimo abitava quella che la chiamavano “culabbrusciata”? E perché? Perché la nonna della mamma, aqquando era bambina della menna, era caduta di culo dentro al braciere e si era bruciata lì proprio. E siccome che, a quei tempi, i bracieri stavano in tutti i paesi, in tutti i paesi stava almeno un culabbrusciato. Ma mo’ che stanno i termosifoni e le stufe, a nessuno più gli possono mettere “culabbrusciato” di soprannome. Eppure al figlio della figlia della “culabbrusciata” di fronte alla cappella del Santissimo – che poi sarebbe Ninuccio lo scarparo, che abita sopra al Castello, che si è sposato con la figlia di quelli di Remmoro, non sai? – lo chiamano ancora “quello della culabbrusciata”. 
Insomma! Sono tanti e tanti i fatti della vita, che uno veramente non si raccapezzola più, neanche se si vede tutti i santi giorni la televisione, che la meglia cosa è non vederla proprio. 
Però, per piacere, le telenovele, per piacere, non me le dovete attoccare; se no faccio la guerrasanta come quelli, i slami. Dopo di mangiare, scappando scappando, mi lavo i piatti e mi levo i servizi davanti, accosì, verso le due, ho già pulito a terra e mi posso stendere finalmente sopra il divanoletto del tinello. Allora mi appiccio la televisione e vado subito a Telebella. 
Oh! E chi sta meglio di me? che tengo appresso pure la gatta mia, che me la sono chiamata Gabriella, lo stesso come la protagonistica di Libertà del desiderio, la storia da fare arrizzare le carni di una figliola cecata, ma però bella, che gli mancava l’affetto però. 
Da una cinquantina di appuntate lei va cercando il vero amore, quello colla A maiusca, e dopo tante e tante frecature della vita (il padre che si uccide per il fatto che ci aveva tanti debiti al gioco, la madre in manicomio, la casa bruciata, il fratello cornuto, la banca addove lavorava fallita) finalmente si incontra con Rodolfo, un bravo giovane, un musicisto, scorfano di padre, che per vivere imbastisce lezioni di musica; ma a Rodolfo lo vuole pure quella zoccolona di Teresita, una sorta di femminazza mastrodonta, che si mette come una cozza paterna per fare l’amante religiosa, ma non è cosa la sua, perché l’amore – oh – l’amore – inutile – l’amore – cacchio – vince sempre! 
Nell’appuntata di ieri stava pure un uomosessuale mezzafemmina antipatico che si vuole mettere in mezzo, ma non c’è niente da fare: l’amore è l’amore e cacchi non ce ne vogliono!
Sono quattro anni che mi vedo Libertà del desiderio, e più di una volta mi scappa il pianto; allora accarezzo a Gabriella, la gatta, accome per darci una mezza carezza alla protagonistica Gabriella che è cecata, ma però è bella bella, da dentro e da fuori, specialmente aqquando si mette quel bellissimo pilleccione di astragàno, che chi lo sa quanto lo tiene pagato. Anzi, ti confesso che mentre la carezza la sto a dare a Gabriella, la protagonistica, sotto sotto gliela vorrei dare pure a Rodolfo una mezza carezza, senza farmene avvertire, e senza volere il male di essa Gabriella – nonsiamai! 
Il cuore è grande – penso io – e accome ci stanno cuori a una piazza, accosì ci stanno cuori a una piazza e mezza o addirittura a due piazze. Pure se vuole bene alla sua bella cecata, non credo che Rodolfo, dopo quattro anni che me lo sto a vedere tutti i santi giorni, non credo che non mi può volere bene un poco poco pure a me, senza peccato. E non credo che io non mi posso strusciare col pensiero appena appena vicino a lui senza minimamente pensare di frecarglielo alla sua Gabriella, sia per l’amordiddio. Tanto lei a Rodolfo lo sente e non lo vede; io lo vedo e non lo sento: in un modo o nell’altro stiamo frecate tutteddue, l’unione fa la forza e mezzo Rodolfo per uno non fa male a nessuno. 
O no?
Certo è che da aqquando sto a vedere questa novela – diciamo – «io mi sento una donna diversa, accosì piena di amore che lo posso dare all’intera umanità»: queste parole esatte le dice Gabriella, a sola a sola, due o tre volte ogni appuntata, mentre che si guarda davanti allo specchio, quella povera disgraziata. È proprio peccata! Lei non si può nemmanco vedere dentro allo specchio… 
Ma io però la vedo e, sinceramente sinceramente, levata la faccia e gli occhiali a culo di botti-glia, soprattutto da dietro, non per fare vandalismi, Gabriella e Tella tengono più o meno lo stesso personale, caro Rodolfo, non ti credere.
Comunque sia, una guardata allo specchio, un paio di lacrime, una mezza strusciata a Rodolfo, una carezza alla gatta e passo un’oretta al giorno in compagnia, senza contare che certe notti − alla scusa di Gabriella − Rodolfo si viene lui a striguare vicino a me dentro al sonno.E bravo a Rodolfo! Da te non me l’aspettavo proprio! Mbah! Sia per l’amordiddio quest’altro mo’! Che devo fare? Glielo devo ruffianare alla tua bella Gabriella? Non abbastano i guai che tiene?
Comunque sia, appuntata dopo appuntata, io sono diventata molto afferrata di queste cose di telamore. E pure se sono una vacantina grande, diciamo che non mi sento mica brigida come tante e tante della mia età, perché un poco alla volta mi sono imparata a «trasportare il sogno dentro alla realtà… per cornare il sogno d’amore».
Lo vedi? Le novele della televisione mi bisognano a fare i sercizi per insegnarmi a parlare bene e difatti prima parlavo assai più peggio di mo’, uff! Ne ho fatte assai di migliorie.
Meh, adesso è arrivato il momento che ti devo confessare un’altra cosa, una cosa che – giura – non la devi dire a nessuno nessuno – giura con la mano sopra al cuore «il motore della vita, che ci abbatte dentro al petto, e non si guasta mai». 
E scià, giura se devi giurare, fai subito, ché tengo da cucinare, ché mio padre vuole mangiare a orario ospedaliero, alle dodici in punta, e non sente ragione, e non tengo ancora pulito i fagiolini: io li faccio coi spaghetti, il sugo di pomodoro semplice e il vasinicola, col casoricottola bello sopra, non sai? E tu?
Mo’ senti. Insomma, il fatto è questo. Ma non è che dobbiamo affliggere i manifesti eh! Sono cose delicate queste!
Allora, sentimi a me: io mica sono una che va sempre in bianco accome tante e tante… pure sposate, non ti credere! Pure io ci ho le mie soddisfazioni… che ne sai!
E accome faccio? Ah, lo vuoi sapere, eh? Ma lo sai che sei proprio curiosa tu? Meh, vabbè, senti qua.
Non sai che alle feste padronali vengono i cantanti a cantare sopra alla cassarmonica? O che certe volte in mezzo alla villa il Comune fa qualche manifestazione gutturale? O aqquando si tiene un comizio importante di qualche sfaccimo di onorevole famoso – che con tante ladrerie sta ancora a fare l’onorevole non lo so com’è? Insomma, ci deve stare gente assai, un cristiano appresso all’altro, strinti strinti. 
Allora io mi accocchio con qualche amica, mi vesto di lusso, con le scarpe anali alla borzetta e al rossetto, e mi “metto” – mo’ se ne viene il cognome – mi metto pure io dentro alla morra dei cristiani. 
Certe volte stutano pure le luci per far vedere i cantanti in mezzo al fumo, che è meglio ancora. 
Meh, io mi vado a mettere avanti, addove stanno i giovani patiti dei cantanti o degli onorevoli, strinti strinti. A buono a buono, pure che non voglio, mi sento che qualcuno mi sfruscia i paraurti posteriori. Io niente, faccio la finta tonda, come che non è a me. Sto attenzione solo a non avvoltarmi, per non farmi vedere in faccia. Beh! subito subito, alla chiamata arriva la risposta. 
Mi devi credere, a me mi basta solo uno strusciamento per buttarmi dentro alla telenovela che dico io. Mado’, mi sento di avvampare le viscere, e anche un poco più sotto; mi sento il rossore alla faccia e il petto che si abbotta come una cameradaria; mi sento le palpazioni del cuore, quant’è vero Cristo.
Mi sento – come ti devo dire? – mi sento di alzarmi da atterra com’à un San Giuseppe da co-pertina.
Sono i miei momenti d’amore puro. La Forza della passione e la Libertà del desiderio si sfogano dentr’a me e mi fanno sentire una donna vera con tutti i caldacini al posto giusto, una persona che «vuole offrire a tutto il pianeta la forza dell’amore che nutre nel seno». 
Proprio accossì!
E chi lo sa quante persone sposate si sfrusciano appena appena aqquando si accocchiano nella carne, pure che stanno tutti i sandi giorni dentro allo stesso letto, scappando scappando, che manco un quinto lo assaggiano di quello che mi sento io aqquando Tella, Ramona e Gabriella diventano, tutt’e tre, «una persona sola prena d’amore».
Ma la mia soddisfazione più grande te la voglio dire all’ultimo. Metti che Metto Rocca si trovava sopra a un’isola spersa dell’Oceano Adriatico, e metti che, combinazione, stavano pure una decina di maschi. Mbeh? Come la mettiamo?
Mbeh, lo vuoi sapere? Tutti con Metto si dovevano mettere, per forza. Tutti a me dovevano venire i marcantoni, e dovevi vedere che, alla fine fine, doveva vincere per forza l’amore, con o senza occhiali.
Insomma, come te lo devo dire? A me da una parte mi dispiace che sono poca di lettura, ma però dall’altra parte sono felice di essere troppa d’amore, io.








■ Il picaresco epico e la lingua franca della poetica post-rurale 
nei racconti di Lino Angiuli
La letteratura è la prova che la vita non basta, tant’è che occorrono racconti come questi dell’amicolino(uso un “affisso” dei suoi) per mostrarla e dimostrarla; goderla, subirla, o scostarla; dire che c’è, la si vede e la si vive.
Una ventina di pezzi, metà cantati metà recitati: cinque terzine in rima per gli stornelli; pagina più pagina meno per i ritratti in prosa. Ma che siano ricordi, desideri, testimonianze o lagnanze, sono tutti in prima persona, facce di un io multiplo, coro di me stessi in un unico noi, scaglie di uno specchio a comporre un unanime poliedro.
(…) Così i testi: tra picaresco, creolo, epico e passionale. E mi spiego: ora sono crepitanti crogioli di destini sfortunati ma di ingegni birboni; ora brani di lingua franca, nel senso di senza scrupoli ma anche indisponibile ai più; ora arie di leggende, credenze, favole, miti e tragedie; infine saggi di corporea concretezza e humour viscerale.
(…) Più che di mimesi del parlato, i casi di Angiuli sono voci  e croci trascritte, non senza l’astuzia del letterato che sa di idioletto, linguistica, morfologia e fonologia. E allora sono amabili dissonanze, o estri armonici, o sinestesie; o magari anche agglutinazioni, o ibridazioni, o solecismi.
(…)Racconti da panchina che si spiegano da soli, tra confessioni e dialoghi, chiacchiere e chiacchiericcio, devozioni e litanie, “santi” e “madonne” e “gesucristi” tra similboccaccio e paravangelo, in maglie di parole, in fiati di sospiri, in schiene rotte dal tribolo quotidiano o coloriti raggiri da amaro far niente.
Che Angiuli trae dai siti del suo Sud magnifico e magnanimo: da tipi e situazioni; colori, odori e umori: un immaginario figliato, coerentemente, dalla poetica “post-rurale” che Angiuli persegue da decenni.

Claudio Toscani

[dalla prefazione a: Lino Angiuli, La panchina dei soprannomi, Gelsorosso, Bari 2011]


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