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Ettore Bonessio di Terzet ■ TITANIC E (TRA PARENTESI)




Ettore Bonessio di Terzet
TITANIC  E (TRA PARENTESI)




Se si pulissero le porte della percezione,

       ogni cosa apparirebbe all’uomo come è veramente, infinita.

                                                                                                       Blake

L’adrenalina dell’orgoglio strinse ogni bullone
rinserrando paratia a paratia, ferro a ferro
costruendo una macchina feroce e alta.
Non benedetta e senza cerimonie
con tracotanza e boria si varò la nave,
preoccupandosi solo del lusso e dello sfarzo
perché era l’inaffondabile progresso:
altera ed egoista si curava solo
di risplendere tra i mari d’oceano.

*

Divisi su tre gironi danteschi
uomini e donne attendevano
impotenti lo scorrere del viaggio
quando le viscere della nave
furono completamente riempite
dalle gelide acque. Uniti
aspettarono del viaggio la fine
diversa dalle aspettative.

*

 ..... (ricostruire una casa di campagna,
ripristinare il tetto e comporre una mansarda,
adeguare termoconvettori al futuro inverno,
disporre paratie e colonne rasate di fresco,
colorare di rosso e di azzurro i bagni,
accomodare la scala lucidata di grigio,
sistemare divani e poltrone, arredare lo studio
la lineare stanza da letto con Melisante,
riorganizzare il giardino e piantare dalie,
camelie, rose, quadrifoglio, alloro, margherite,
e i tulipani le ortensie i gerani i giacinti,
dimenticata fatica oltrepassando la memoria del rudere,
disponendosi pace, dondolandosi sul vimini giallo) .....






 *

La disperazione sommerse ogni cosa
mista ad un tremito come di gioia
ineffabile brivido che corse nel cuore,
il nero invadendo l’intorno, solo
le luci che affondavano si rispecchiavano
nella calma agghiacciante del mare;
solo qualche urlo, un pianto, un nome
rumori e schianti, il suono dell’orchestra
poi, il bollore schiumoso del gorgo
che calò il silenzio sopra ogni cosa.
Tutto finì. Nessuno parlò più.
Solo rancore e rassegnazione
per il maestoso bastimento che
incolpevole aveva tradito.

 *

 ..... (i lavori di riordino non cessano mai,
ora un cornicione, adesso la gronda
ecco qualche mattone sconnesso, il camino
non tira troppo bene, perde il tubo dell’acqua
poi cambiare il rivestimento delle sedie
cambiare posto al tavolino, riassestare quella credenza
coi i vetri di murano da cui si vedono i calici
un armadio nuovo con la misure sbagliate
cambiare l’ordine delle piccole cose d’affetto
ripensare al tappeto coordinato con il copriletto
i lavori di casa e di giardino giornalieri.
Ma è bello rendere viva una casa di campagna
sentire che ansima come un mulo lungo l’erta
che si raffredda poi si riscalda e poi si arrabbia
si ribella alle imposizioni, si addolcisce alle abitudini
una casa non è muro di pietra o intonaco e mattoni
non è il pavimento in cotto scelto con cura e rigore
non è il rivestimento del bagno della cucina
è una vita se è stata una vecchia casa di campagna) .....

 *

 …. (curavo da quattro anni nove tulipani
tutti di colore differente con religiosa dedizione maniacale
ogni anno prendevo i bulbi ben asciutti e in primavera
li ponevo sottoterra perché riposassero sino all’autunno
e spuntassero così i nuovi fiori che andavo guardando
nelle diversità coloristiche, se mai fossero ohimè screziati
il disastro dei parassiti che portava il bulbo alla morte:
quando sparì nella notte acquosa s’immaginò un tappeto
di tulipani che ricopriva completamente il giardino
con colori cristallini e vellutati mai visti prima.)….

 *

Non avrebbe più collezionato modellini
di rifinitissime e smaglianti automobili
da quelle più antiche alle nuovissime appena prodotte
disposte in tripla fila, distanziate, in varie bacheche
fatte fare su misura da un buon ebanista.
L’orgoglio del suo svagarsi, del suo prendersi
la porzione di libertà che poteva per periodi brevi
tumultuato dal comprare e rivendere fabbriche
questo suo svago e piacere andò ad infrangersi
nella mancanza di scialuppe occupate tutte
dalle donne dai piccoli dai vecchi, irritato
è rimasto a guardare l’affannarsi dei superstiti
distante e impaurito dall’idea di morire annegato.

*

Spingo con tutta la forza possibile con la spalla
contrastando la spinta dell’acqua
assieme ai compagni piantando bulloni e chiodi
sapendo sforzo di lavoro inutile
penso al paese lontano ignoto
gli amici le belle donne di sera
la birra il vino con il biliardo al caldo
fuori la nebbia muto velario
ripenso alla casa ai ragazzini ai vecchi
agli amori lasciati all’amore trascurato
poi via, un ordine, e l’acqua si rovesciò
nel locale senza dare scampo, rapida e travolgente
e subito fu sommerso da un’ondata
che proseguendo lo coprì definitivamente.

*

Che posso fare io povero cameriere
se non raccogliere i compagni e
calmare la loro ansia la loro paura:
essi mi credono forte e saldo di nervi
io ho paura non vorrei morire così
in una enorme lussuosa scatola
eppure devo farmi coraggio e pensare
a loro anche ai passeggeri agli sbandati
ai piccoli ai deboli, altro non so
ma i pensieri e il daffarsi furono improvvisamente
interrotti da una specchiera sfondata
l’acqua inondò la mia sala da pranzo
e non vidi più niente.

 *

Mi lasceranno qui nel fondo della nave
siamo già sotto il pelo dell’acqua
cercavo una rivincita e un riscatto
alla miseria della mia vita e per i miei
una speranza che mi viene tolta adesso
senza saperne le ragioni senza sapere
perché sono qui tra altrettanti disperati
a sentire solo roboanti colpi mostruosi
come se la nave dovesse scoppiarci addosso
mentre strisce acquose serpeggiano
per ogni lato della stivata gabbia
e quando non ci sarà più tempo
annegai soffrendo in cerca di aria
i polmoni scoppiati di liquido schiumoso.

*

..... (l’affanno viene dopo.
Quando la casa è casa di campagna compiuta
o quasi, mancano pochi arredi e ninnoli,
risale al cuore al cervello il desiderio
di farne dimora stabile, luogo definitivo
dove passare le ore e curare il lavoro
scrivere delle cose amate preoccuparsi
dell’indispensabile attività artistica
insomma nasce il problema di stabilirsi
in questa casa di campagna
un poco lasciandosi andare solitari
lasciando i disturbi della città
circondati dal sole dalla nebbia bianca
dai cadenzati rumori di chi
si affaccenda alle cose agricole senza fretta
con modi più lenti che accadono
secondo gli intervalli dell’unico semaforo
testimone della civiltà che da qualche altra parte
continua a movimentarsi incurante
anche delle piccole cure che ti affliggono
incurante delle occupazioni che nella calma
assicuri alla tuo incalzante egoismo
che non è morto neppure tra i canti dei galli
i muggiti delle vacche i trattori ansanti
civiltà che continua a correrti dentro e
si stampa negli strumenti di cui sei circondato.
Abitare un casa di campagna ma qui non nati
prolunga un certo stato di schizofrenia
che ti allarma alla sera quando il sole cala
alla notte quando il silenzio è tanto
al mattino quando ti svegli senza suoni
e poi inizi il lavoro senza badare all’esterno
come se fossi ancora in una casa di città
con tutti i piaceri le comodità
fintanto che non ti fermi un momento. Allora
la testa ronza il cuore batte diversamente
una scossa istantanea e breve percorre il corpo
sai che è questa dicotomia che continui a vivere
anche se a mente tranquillizzata sei contento
quasi felice, sicuro e sereno certo di uscire
in giardino a sentire i profumi, gustare i colori
fuori a passeggiare tra le strade deserte, al bar
a chiacchierare con i paesani, in bicicletta
tra i vialoni di ippocastani a respiro pieno
prima di rientrare e concederti alla ben disposta tavola
tra un giornale una rivista una notizia della radio
la benedetta televisione che ascolti di meno
le dolci sigarette e la musica che riempie la casa
e l’amata che stravolge le ragioni di prima) .....

 *

Da solo tra i miei ufficiali mi affannai
a dare ordini a tentare l’impossibile
solo vero colpevole dentro questa nave
mi paralizzai e non seppi più che fare
quali comandi in sequenza far eseguire
vedendo l’ineluttabilità della cosa
[tanto dannarsi per un sicuro lasciare]
fortunato quando qualcosa mi precipitò addosso
e muoio senza più dover dar di conto agli uomini.


*