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Carmen De Stasio • Lettera d'amore a un personaggio immaginario



LETTERA D’AMORE
A UN PERSONAGGIO IMMAGINARIO

©

My Soul,
Potrei ben chiamarLa Anima Mia, poiché ritengo di averLa trovata all’interno di una pagina bianca di un libro sperduto tra le pieghe costrette dal tempo in fondo ad un cassetto di una commode ormai avvizzita come foglia caduta sul dilagante tappeto d’autunno.
Ci eravamo incontrati in una mattinata di sole lussureggiante, tra gli squarci di una poesia che volteggiava con le sue carte nel vento del tempo. Io L’ho intravista nel fragoroso lucore, L’ho chiamata. Ho atteso un attimo prima che si voltasse. Eh, no, Lei non credeva di ritrovarsi al cospetto di una persona tanto piccina. Troppo piccina perché Lei si avvedesse di me.
Io L’avevo seguita e poi inseguita. Il Suo bastone istoriato Le era compagno fedele e Lei lo stringeva con l’amorevole abbraccio di un innamorato. Cadenzato il passo, mi piaceva altresì osservarLa tra la folla. My Sir - La chiamavo - sollevando il braccio guantato tra le teste che, impavide e altere, procedevano sulla mia linea.
My Sirrr! - Mi facevano eco ragazzini scalzi in corsa verso una destinazione indefinita.
Mi fermai, infine, nell’inconsolabile fruscio della mia voce. La mano a socchiudere il ricamo di un sussurro.
Sir, attratto da uno specchio appeso al tendone arancio e azzurro di una baracca, anche Lei si ferma. Rimira l’oggetto tra le mani. La cornice istoriata di pregiato legno diventa armonia tra le Sue mani. Solleva il braccio per permettere al suo valletto di pagare.
Arretro qualche metro più in là. La guardo e osservo i suoi lineamenti. Di gentile tratto il suo viso, Sir.
In quell’istante Suoi versi irrompono con grave impeto nella mente:
volteggia la brama di identità
                 nel solco del deserto oscuro
                                e trama
indegno afflato
              per sfuggire la rotta
                                e cadenzarne una novella
Il cuore, ramazzato da un folle trotto, inizia la sua corsa e galoppa a perdifiato. Ritempro nel mio affanno la tempesta che nella composizione Lei avvertiva come gemito profondo che avrebbe certamente istoriato di parole efficaci su pergamena.
I versi si interrompono nella mente. Subiscono lo scacco al re. Bruschi vagano a cercar nuova collocazione:
                                                              rotta identità
            per sfuggire
                            una novella brama
volteggia
                              indegno afflato del deserto
a cadenzarne una trama nel solco
Il vento mi assale agli occhi; il petto si lascia sconfiggere da un sussulto. Il ventre avverte lo sconquasso e l’intero mio corpo tremebondo arretra.
Il verso riprende il suo compasso.
Ripeto come litania per dar la calma al mio tremare: taci, taci! Smetti di battere, cuore mio e mio nemico.
Lei, Sir, si volta. Si volta ancora e ondeggia nel passo. La sua gamba. Oh, la sua gamba afferma quel tremore che incalza come danza. Io, sorretta da uno spasmo di orgoglioso affronto, mi accosto a Lei.
So Kind Man, come potrei io riparare al Suo cospetto con enfasi cadenzata e non rinverdire le tensioni della Sua poesia?
Attendo nel Suo sguardo sprofondato nel mio che l’assenza di parole scavalchi il muto vociare e intinga nel calamaio ancora una volta la piuma per esplodere con la Sua intraprendenza a dar forma ai Suoi pensieri costernati dal passaggio della civiltà. Rigoglioso uomo all’ombra di se stesso, intento a mietere sentori di conoscenza.
Assalto alla coscienza che incede cauta a incontrar l’oscuro spasmo dell’inquietudine.
Mi lascio avvolgere dalla Sua luce, Kind Man. Incarno in un attimo la natura delle sue naturali coste e mi rinfranco nello spirito danzante di un raggio di sole. Ne divengo parte integrante.
Maestro, vengo a Lei incontro nell’attimo del socchiuso sguardo che mi riporta in un tempo balzato al presente. Forse la mia mente vacilla nel sogno, allevata nel fragore di fantastiche intromissioni in un tempo cadenzato dalle sue trame. Accolgo il deserto del muto viandare e divengo granello di sabbia nella solitudine che tutto infervora e trasla di nuova compostezza l’ordine che Lei ha dato alle cose perché esse avessero accesso alla Sua verità.
Maestro, forgio nella mia riflessione le abitudini della Sua creazione.
Quale elevazione ha, dunque, la poesia per permetterLe di vagare con siffatta destrezza e render immagine anche la voce tonante che sorprende in un attimo la mia esistenza?
Vorrei esser quello specchio in cui Lei rimira forse il Suo occhio, che ingentilisce anche il trascorrer del tempo.
Lei é il Tempo gravido di consapevolezze. Ed io, sfuggente alla folla, assimilo quello sguardo che nulla infrange delle mie povere coltri di passeggero di un vascello nel mare appiattito dalle casualità per divenire onda e voce, muto silenzio e muto spazio che assimila altrui spazi.
Esplosione di rigoglio e urlo di libertà. Nei Suoi tempi collimanti con lo strazio del cambiamento, quale tensione avverto che non possa rischiarare l’orizzonte? Accolgo il Suo sguardo assente come eternità poetica. Mi slancio e l’afferro in un fervore inaudito. Scambio infine le mie carte spente con cromatiche luci che riflettono nell’orizzonte nascosto le sonorità della Sua poesia. Del Suo Essere Poeta.
Del Suo essere Poesia.
Un Signore di un tempo lontano alita nell’ora il suo sguardo e lo traduce in versi che per sempre resteranno adagiati nell’antro delle mie braccia che il nulla abbracciano. Sarà il nulla per l’altrui sguardo e rigoglio di un’eterna primavera.
Il primo tempo della vita di chi per una volta e una sola volta per tante volte ancora incontrò per caso le pieghe di un Lord di una Poesia nel richiamo di Libertà.
Tra la folla La ricordo, My Sir.
Nel frastuono di un mercato sfiancato dalla folla vedo un tuo ritratto, George. Il tuo sguardo altrove nella lotta.
Tra la folla afferro il tuo ricordo, George. Il ticchettio di un bastone con pomolo d’avorio mi rammenta di quel momento cancellato dalle rotte del tempo di tanto tempo fa. Nascosto nelle pieghe di un sogno nella luce abbacinante del giorno che attendo per ritrovarTi. Un giorno.



Carmen De Stasio