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Luciano Troisio ▌Henri Mouhot e la Leggenda del Re Lebbroso

La Terrazza del Re Lebbroso ♠ Siem Reap  ░©mnstatic.com
Henri Mouhot, Angkor Thom  e la Leggenda del Re Lebbroso


Enrico Mouhot, Viaggio nei regni di Siam, di Cambodge, di Laos (e in altre parti centrali dell’Indo-China), con 75 incisioni e 2 carte geografiche, Milano, E. Treves, 1871, pp. 300, lire 4.
 by Luciano Troisio

Il 15 gennaio 1871 usciva a Milano presso l’Editore Treves, il primo numero di un nuovo settimanale illustrato: il “Giornale popolare dei viaggi”. In prima pagina una veduta di Venezia, seguita da una descrizione della città a firma Goethe. Nello stesso numero Verne pubblicava la prima puntata della sua “Storia dei grandi viaggi e dei grandi viaggiatori”. Davvero un ottimo inizio.
Questo pregevole Giornale meriterebbe una recensione molto ampia e approfondita. Mi limiterò a una scheda relativa a un solo viaggio: quello del naturalista francese Henri Mouhot in varie zone dell’Indocina, che stava per essere conquistata dai francesi. Egli arriva a Bangkok il 12 settembre 1858. Visita molte città, monumenti, monasteri, rovine, organizza molte carovane per i suoi spostamenti, assieme a servitori e collaboratori, ottiene lettere credenziali da autorevoli personaggi che gli procurano carri, elefanti e quanto gli abbisogna. È ricevuto da re e principi vari. Lavora e si spende fino allo stremo delle forze. È spesso colpito da febbri. Il 5 settembre 1861 cessa il suo giornale di viaggio: l’autore soffre ormai gravemente di malaria. Morirà in Laos il 10 novembre 1861. La sua tomba si trova a circa 4 chilometri da Luang Prabang. A lungo se ne perse perfino la memoria. Solo da qualche anno è stata individuata. Invano chiedereste a un tassista di accompagnarvi (rivolgersi al locale Centro Francese di Cultura).
In quegli anni Mouhot classifica e raccoglie preziose collezioni specialmente di fiori, insetti, uccelli. Ma è anche interessato a tutto quello che vede: persone, etnie, tribù, città, architetture, pagode, animali feroci, carri, elefanti e buoi, che gli sono necessari per viaggiare nell’ignoto, perché di questa vasta regione si conoscevano bene le coste, ma quasi nulla si sapeva delle zone interne. Il resoconto di Mouhot fu pubblicato in Francia. L’acuto Treves fece altrettanto da noi traducendo a puntate -nulla sappiamo del discreto traduttore- sulla prima annata della sua rivista ricca di affascinanti illustrazioni in grande formato. Non solo: alla fine dell’anno era già pronto un volume -in ottavo- che raccoglieva l’intera opera e gli acciai famosi (oltre al ritratto dell’autore), la cui pubblicità possiamo leggere a pag. 390 dell’intera raccolta dell’annata 1871.
L’attenzione scientifica era concentrata sugli aspetti naturalistici, mentre il diario generale del viaggio è stato scritto a parte prendendo appunti senza eccessiva precisione, annotando notizie spesso impossibili da controllare, come si può in mezzo alla giungla, isolati, con il continuo tormento di zanzare e serpenti, con frequenti agguati anche notturni di leopardi, tigri e altre belve, che affronta tranquillamente a fucilate. Una prima cospicua parte del suo materiale di grande interesse per la scienza, andò perduta nel naufragio del battello con cui l’aveva spedito.

Quest’opera risultò molto importante per un motivo diverso da quello entomologico già di per sé più che sufficiente per collocarne l’autore tra gli uomini d’ingegno del XIX secolo: essa infatti non include la parte naturalistica; è soltanto un eccezionale giornale di viaggio che tra molti resoconti, contiene affascinanti immagini e informazioni di prima mano sulla famosa zona archeologica di Angkor Vat.
Mouhot è quindi considerato lo scopritore di Angkor. In realtà non è andata proprio esattamente così (era un naturalista e non aveva nulla a che fare con l’archeologia). È quasi certo che numerosi ladri (definiti minatori) già scavavano nella giungla in quella zona in cerca di tesori. È anche sicuro che prima di lui altri europei già sapevano di Angkor. Tra questi c’è il famoso missionario francese Sylvestre, che si presenta al Nostro in una “borgata, dominata da bastioni di terra, pomposamente chiamata città” (pag. 162). Si tratta di Battambang, oggi terza città della Cambogia. Sylvestre non solo offre tutto il suo aiuto, non solo fornisce le importanti informazioni, ma nel gennaio 1860 addirittura accompagna Mouhot a esplorare per ben tre settimane Nokhor o Ongkor. Una collaborazione casuale e preziosa che premia l’audacia di Mouhot.
[È necessario precisare che in quell’epoca il vasto distretto che comprendeva anche Angkor e aveva per capoluogo Battambang, non faceva parte della Cambogia, ma del Siam. È notizia certa che le autorità siamesi già allora organizzavano legittimi prelievi di statue e monumenti dall’area di Angkor per trasportarli a Bangkok e nella ex città capitale abbandonata di Ayutthaya). Passò sotto la sovranità del regno di Cambogia solo nel 1907].
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Mouhot dedica a Angkor vari capitoli. Lo scrivente (che ha visitato questa mitica zona archeologica sei volte, e ogni volta per tre giorni) non ha riconosciuto quasi nulla, o assai poco, leggendo le descrizioni dell’autore. Certo tutto era sconvolto dalle enormi radici, crollato a causa del secolare abbandono e dei terremoti, coperto e sepolto nella intricata vegetazione fitta di alberi giganteschi; certo era impossibile averne un’idea complessiva (che dal volume non risulta). È  assai probabile che già esistessero anche informati avventurieri e lestofanti che a titolo personale rubavano segretamente teste e pesantissime sculture (spesso trasportandole per via fluviale). Infatti sappiamo da altre fonti e anche da immagini pubblicate in periodici (di non facile reperibilità) non molti anni dopo, che molti asura (demoni) e dei, collocati come guardiani all’esterno delle cinque porte di Angkor Tom (per un totale di 54 per ogni porta), risultavano già allora privi di testa. Le notizie che il nostro Autore riporta, riferendole in modo acritico, sono tutt’altro che affidabili. Commette gravi errori specie nell’indicare misure e distanze. Dichiara subito che non esistono fonti scritte antiche (sebbene la civiltà di Angkor sia fiorita tra l’ottavo e il quindicesimo secolo della nostra era).
“La sola tradizione ancora vivente nel paese racconta come [l’Impero di Angkor] contasse centoventi re tributari, un esercito di cinque milioni di soldati e come gli edifici del tesoro reale coprissero da soli uno spazio di parecchie leghe” (pag. 170). Quando a pag. 179 cita “Ongkor la Grande”, (idest: Angkor Thom, la cui porta sud si trova a neanche 2 chilometri a nord del tempio), la colloca a “sei o sette chilometri a nord-ovest del tempio”. Inoltre parlando delle sue mura afferma: “la cui cinta di quaranta chilometri potè facilmente contenere tanti abitanti, quanti le più popolate metropoli dell’Occidente antico e moderno!”. (In effetti anche parecchie fonti nostre contemporanee stimano in circa un milione gli abitanti dell’antica città, delle cui case di legno e paglia non è rimasta traccia alcuna). In altro capitolo ribadisce che le mura misurano “24 leghe”. In realtà Angkor Tom è una città murata quadrata di circa 3 chilometri di lato, simile -come dimensioni- a molte altre città indocinesi. Riferendosi a varie costruzioni comprese le mura, ama ripetere che sono costruite con “massi di concrezioni ferruginose”.
Non abbiamo coeve fonti storiche scritte, se non rarissime lapidi e stele in sanscrito; allora nessuno era riuscito a decifrarle.

Ai nostri giorni -ma fino alla fine del secondo millennio non esisteva quasi nulla- il turista che arriva in Cambogia viene gratuitamente rifornito di eleganti fascicoli colmi di informazioni, carte geografiche, mappe delle (poche) città, e naturalmente ne esistono anche di specifici su Siem Reap/Angkor Vat. Per questo motivo è abbastanza facile orientarsi, tenendo presente che l’itinerario della visita è molto impegnativo (almeno 20 chilometri).
Partendo da Siem Reap (in pochi anni passato da sonnolento villaggio a folle metropoli con prezzi americani, affollato aeroporto e meta agognata di molti lestofanti), percorrendo la strada asfaltata verso la zona archeologica, dopo un sei chilometri si giunge al largo fossato che cinge il maestoso tempio di Angkor Vat. Si gira a sinistra, si costeggia il lato sud e in seguito quello ovest del fossato. Proseguendo sempre dritti si incontra sulla sinistra la montagnola Bakheng, poi si giunge subito alla suggestiva Porta Sud di Angkor Thom. Si entra, una gran parte del territorio interno è lasciato alla giungla con i suoi giganteschi alberi, ma sotto rigido controllo. Dopo un chilometro e mezzo si giunge al centro esatto della città, da dove ortogonalmente si dipartono le strade che vanno alla Porta Ovest e a quella Est, e dove sorge il famosissimo grande tempio Bayong, quello ricchissimo di bassorilievi d’importanza almeno pari a quelli di Angkor Vat, e di 54 giganteschi faccioni. Mi meraviglio che Mouhot non ne faccia parola. Nel mio immaginario salgariano avrei preferito che le avesse notate, almeno quelle più alte, incombenti, dal sorriso misterioso, che forse anche allora sovrastavano in altezza gli alberi. (Sarebbe stato un pezzo di enorme effetto). La strada prosegue verso nord. Dopo un 200 metri, sulla sinistra ecco il tempio Baphuon, e un po’ più avanti inizia la Terrazza degli Elefanti, completamente ricoperta di grandi bassorilievi per almeno mezzo chilometro. Costeggia il vasto rettangolo cintato del Phimeanakas e del palazzo reale (poco meno di un chilometro per 300 metri). Al centro della terrazza, verso sinistra c’è il Gopura (padiglione) d’ingresso all’area del (presunto) palazzo reale; verso destra si diparte la strada verso la Porta della Vittoria (questo ortogonale inebriante itinerario è proprio quello che oggi percorrono obbligatoriamente i turisti in gruppo, che entrano dalla Porta Nord ed escono dalla Porta della Vittoria a est, nella direzione degli altri importanti templi).
Oltrepassata la Terrazza degli Elefanti, proseguendo, subito dopo, sempre sul lato sinistro della strada ecco la Terrazza del Re Lebbroso. Fino a questo punto Mouhot probabilmente procede  con difficoltà nella giungla, vede poco e non descrive quasi nulla se non la Porta Sud. Invece qui giunto si sofferma a descrivere (con molte inesattezze, infatti le serie esterne di bassorilievi sovrapposti sono sette e non quattro) le pareti della mitica terrazza -quasi una meta raggiunta-, e la celeberrima oltre che misteriosa scultura del Re Lebbroso che la sovrasta:

“I muri, ancora intatti, sono coperti intieramente di bassorilievi, formanti quattro serie, una sopra l’altra, e di cui ognuno rappresenta un re seduto all’orientale, le mani posate sulla metà di un pugnale, ed avente intorno una corte di  donne. Tutte queste figure sono sopraccariche di ornamenti, come orecchini eccessivamente lunghi, collane e braccialetti. Esse hanno per tutto vestito un leggero languti, e tutte hanno la testa sormontata da un’alta acconciatura terminata in punta, che si direbbe composta di pietre preziose, perle ed ornamenti d’oro e d’argento. I bassorielievi di un altro lato rappresentano combattimenti; vi si vedono dei fanciulli con lunghe capigliature a trecce, e portanti lo stretto languti dei selvaggi dell’est.
Tutte queste figure la cedono però in bellezza alla statua detta del re lebbroso, la cui testa, tipo ammirabile di nobiltà, di regolarità, dai lineamenti delicati, dolci e dall’espressione altera, fu di certo opera del più abile fra gli scultori di un’epoca, che ne contava un gran numero dotati di raro talento. Piccoli baffi coprono il labbro superiore, ed una lunga capigliatura a trecce scende sulle spalle; ma tutto il corpo è nudo, e non coperto da alcun ornamento.
Un piede ed una mano furono spezzati.
Il tipo di questa statua è essenzialmente quello degli Ariani dell’India antica: questa circostanza, congiunta al carattere di una porzione, almeno, dei bassorilievi dei templi e dei palazzi d’Ongkor, e che sembrano inspirati dalla mitologia e dai combattimenti cantati del Ramayana, ci riporta alla più alta civiltà dell’India; all’epoca che precedette la scissura delle sue credenze, e le lotte di dieci secoli fra il bramanismo ed il buddismo. Sta però sempre che la tradizione locale confonde l’originale di questa statua col fondatore di Ongkor” (pag. 184).


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L’Autore descrive anche un ponte, ma non fornisce ulteriori notizie se non con accenni sommari (ad es.: è al corrente che a qualche giorno di cammino esistono le rovine di altre tre città). Dedica un intero appassionato capitolo intitolato Alcune osservazioni sulle rovine di Ongkor e sull’antico popolo del Cambodge dove riflette con profondità più illuminstica che romantica su etnie, dialetti, sull’antica lingua Khmerdom, analizza i bassorilievi e pensa di trovare sorprendenti tratti di somiglianza “col tipo del Cambodgiano e quello del selvaggio” (pag. 196. Oggi si tende a individuare nelle grandi scene di battaglia, un cospicuo nucleo di mercenari, forse cinesi). Sappiamo che l’esplorazione delle rovine durò tre settimane; però, giunto alla suggestiva statua, non va oltre nel fornire dati archeologici. Preferisce riferire quanto gli hanno raccontato: varie informazioni anche sul vivente re della Cambogia, che sostiene di “aver trovato documenti abbastanza positivi, da far risalire la storia di Ongkor fino a un’epoca che precede l’era cristiana”. Ma solo nel terzo secolo D.C. sarebbe vissuto Bua-Sivithiwong il fondatore di Angkor, che “per primo fece venire dei preti buddisti da Ceylan nel suo paese”. Mouhot riferisce col beneficio del dubbio, e ha il grande merito di narrarci, per quello che vale, la Leggenda del Re Lebbroso.
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“Ecco ora la leggenda:
Bua-Sivisithiwong era, fortunatamente, possiam dire, un lebbroso, e per ottenere dagli Dei la salute, fece fabbricare questo tempio. Terminata l’opera, il re, non essendo guarito, perdette la confidenza nelle sue divinità, e ricorse alle cure dei semplici mortali. Egli fece quindi un proclama, ed offrì una grande ricompensa a chi riuscisse a guarirlo. Ciò che avvenne a quest’epoca è lasciato alle congetture di ognuno; ma se non si sono trovati, allora meglio di oggidì, al Cambodge e a Siam uomini capaci di guarire questa malattia, è certo da non sorprendersene. Soltanto un bramino illustre, djoghi o fakiro, osò intraprendere questa cura. Egli credeva infatti nella idropatia, ma preferiva che il liquido fosse in istato di ebollizione, e propose al suo cliente reale di tuffarlo in un bagno di acquaforte, liquido molto corrosivo. Il re, esitando naturalmente al cospetto d’un simile rimedio, esternò il desiderio di vedere prima fare l’esperienza sopra un terzo, ma nessuno si presentò per subirla, ed il fakiro propose di tentarla sopra un delinquente. Il re, che in fondo era geloso del potere soprannaturale del bramino, gli chiese se voleva provare sopra sè stesso. “Io lo faccio di buon grado, rispose il fakiro, se Vostra Maestà vuol promettermi solennemente di gettare sul mio corpo un certa polvere che io vi consegnerò.” Il re promise, ed il povero medico, troppo credulo, entrò nella caldaia bollente. il re lebbroso la fece gettare nel fiume col fakiro che conteneva.
Codesto tradimento, a quanto dicesi, attirò sopra questa città la decadenza e la rovina.
Secondo un’altra leggenda di eguale valore, nel sito del lago Tuli-Sap stendevasi altre volte una pianura fertile, nel bel mezzo della quale fioriva una superba città. Un re, per divertirsi, allevava delle piccole mosche, mentre il precettore dei giovani principi, suoi figli, allevava da parte sua dei ragni. Accadde che uno dei ragni mangiò le mosche del re, il quale, montato in gran collera, fece mettere a morte il precettore. Quest’ultimo s’involò negli spazii maledicendo il re e la sua città. Sul momento la pianura fu ingoiata dal lago. La tradizione aggiunge che la statua di Budda di diaspro, che è la gloria del tempio del palazzo del re a Bangkok, fu trovata galleggiante sulla superficie del lago, circondata di loto e portata da un Yak o bue tibetano.
Essa fu ritirata dalle acque dai Siamesi a Scieug-Rai, città posta al nord di Laos, e si fabbricò per essa una pagoda, intorno alla quale s’innalzò più tardi la presente capitale del regno di Siam” (pag. 187).

[Quella immemorabile statua di diaspro è stata perduta molte volte. Elefanti e tigri passeggiavano indisturbati forse per secoli nei cortili di una misteriosa città deserta che la custodiva. Infine riapparsa, fu rubata dai siamesi dalla pagoda di Vientiane, quando la città fu completamente distrutta e la popolazione deportata. In Indocina esistono almeno tre statue leggendarie di età indefinibile, oggetto di gran venerazione e avvolte da un alone quasi soprannaturale, su cui sono stati versati fiumi di inchiostro e sulle quali nulla è certo: il Re Lebbroso (l’originale dovrebbe essere nel Museo di Phnon Penh e ne esistono varie copie); Il Buddha di Smeraldo del Wat Phra Keo di Bangkok (perduto e ritrovato varie volte, e ce n’è uno identico nella Pagoda d’Argento di Phnon Penh); La Statua d’Oro, dono di un antico imperatore Khmer, conservata nel Museo del Palazzo Reale di Luang Prabang (ma si mormora che sia una copia e che l’originale sia per il momento segretamente custodito a Vientiane)
Una piccola aggiunta non pretestuosa: nel 1904 Emilio Salgari, facendo diretto riferimento alla famosa scultura, pubblicò a Genova presso l’editore Donath, un romanzo dal titolo La città del re lebbroso. (Il protagonista Lakon-tay è costretto a mettersi in viaggio per Angkor Thom, alla ricerca dell’uncino utilizzato per condurre l’elefante in cui si era incarnato Buddha).]

L’opera di Mouhot (esistono assai mediocri ristampe anastatiche dell’ editio princeps francese, reperibili nelle grandi librerie Asia Book, specie a Bangkok) nonostante le molte imprecisioni che amabilmente gli perdoniamo, rimane tutt'oggi una importante insostituibile testimonianza storica. In parecchie pagine restiamo tuttora affascinati dallo stupore, dall’incanto dell’autore fortunatissimo, davvero colpiti dal suo coinvolgimento, dalle sue efficaci (per non dire ticoscopiche) descrizioni in diretta.

È difficile valutare da profani il gran lavoro svolto dagli archeologi francesi. Disboscamento, scavi e restauri hanno rivalutato, dopo secoli di completo oblio, uno dei siti più illustri ed estesi del mondo intero. Amo ricordare che la vegetazione del suggestivo tempio Ta Prom è stata di proposito romanticamente mantenuta intatta. Alcuni capolavori scultorei (compresa la statua del Re Lebbroso; ora sulla Terrazza è stata collocata una mediocre copia) sono stati riuniti nel Museo della Capitale Phnon Penh, da loro realizzato.
I francesi se ne andarono nel 1951. Poi la Cambogia subì la follia del genocidio da parte dei Khmer Rouges (le cifre oscillano tra i due e i tre milioni di morti). Le persone istruite vennero sterminate. Visitare il museo, almeno fino al 2005, significava scontrarsi spesso con la desolante sensazione che non esisteva più nessun archeologo cambogiano e parecchi erano i cartellini che dichiaravano, perfino per oggetti recenti, (banali ceramiche europee fine ottocento, ora non più esposte): Origine sconosciuta, Periodo sconosciuto.
Da poco è stato aperto, a sontuosa integrazione della visita, un nuovo Museo a Siem Reap, esponendo una parte cospicua dell’abbondante ricchissimo materiale fino ad allora ammassato in un grande magazzino, per proteggerlo dai ladri. In una via di Siem Reap c’è un venerato capitello che ospita un’altra copia della Statua del Re Lebbroso. La mano destra è stata ricostruita. Le dita sono arbitrariamente ripiegate in modo che possano sempre reggere fiori freschi.

Chissà se avranno pensato di dedicare da qualche parte un piccolo busto a Henri Mouhot, quel valoroso, generoso esploratore amante dell’ignoto, incline a riflettere sulla caducità del tutto, sul fluire del tempo, a trasmetterci un’aristocratica malinconia dans les ruines di Angkor la Grande, come un secolo prima aveva fatto Volney a Tiro!

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