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La banana di Hillman▐ Elvira Seminara


dalla canadese rivista di studi italiani 
l’ipernovissimo sud di Elvira Seminara

 
LA BANANA DI HILLMAN
ELVIRA SEMINARA
Tutto è durato il tempo della banana di Hillman. Tre, anzi quattro morsi, dati con logica e coscienza. Netti, precisi, senza ingordigia ma nemmeno distacco. Al primo morso ero stupito, al secondo rapito, al terzo smarrito. È al quarto che ho incontrato gli occhi di Velia, gli occhi ma non lo sguardo, perché anche lei, con turbamento estatico da santa del Bernini, fissava la banana. Che lentamente scompariva . È stato quando Hillman (sì James in persona, ore 11 del 13 ottobre, aulamagna-facoltà-di-Lettere-di-Catania) ha buttato la buccia nell’apposito cestino, con un gesto misto di grazia e necessità, dopo averla richiusa come un fiore sfinito e ricomposto, che io, forse inebriato da questa azione mitica e animale (ma nel senso di anima, come dice Lui) ho compiuto l’atto più violento della mia vita, con cieca determinazione (ma cieca non è la parola adatta). Ho catturato il suo sguardo, dico quello di Velia, che in realtà era su tutt’altra linea, ho captato medianicamente le sue iridi, mettendoci tutta l’energia che potevo, e quando finalmente le sue pupille sono entrate nel mio raggio, inespressive ma ferme, irretite da tanta mistica forza (la mia), ho concentrato in esso un pezzo d’anima del mondo, e dico un pezzo, e non tutta, perché sarebbe egoico. Due minuti, forse persino tre. Di estrema, empatica comunicazione. Stavo per dire con-fusione panica. Ma la pausa è finita, e sono costretto a riposizionare lo sguardo su Hillman, che dopo la merenda riprende a parlare con più slancio, muovendo le mani a conchiglia, e insieme il braccio con vago moto rotatorio. L’anima del mondo è sporca perché rinneghiamo ogni istante le nostre origini cosmiche! − muove pure la gamba in sincronia − e la nostra grande comune madre psiche!, che non è dentro il corpo, ma fuori, ed è unica e ci comprende tutti! E non siamo capaci di sovvertire la civiltà, di ascoltare l’universo che preme, di sentire la bellezza!... L’interprete boccheggia, non riesce a tradurre: “fabbricare anima”. Non sapevo ancora che si chiamasse Velia, la fulminavo per la prima volta. Ma nella pausa-morsi eravamo essenzialmente soli, escluso un gruppetto vociante e superfluo. E dunque l’avevo vista bene, benissimo, numinosa sullo sfondo bianco, ottima messa a fuoco. Capelli chiari folti e sani, bel sedere piccolo e sodo, schiena dritta senza troppe scapole. Non sono solitamente questi, i dettagli che noto in una donna, ma io la vedevo da dietro. Poi si è voltata seguendo le sorti della banana e aggiungo: bel naso diritto(…)



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il testo completo è anche nel volume dallo stesso titolo,
a cura di N. Arrigo, A. Gaudio e S. Severino,
Edizioni Rivista di Studi Italiani,
Tipografia Sociale Foligno 2016