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▐ L' Henia's Game™ di Gombrowicz con l'ebook on Calaméo

- [Heniutka, la longitipo della razza  nordico-vistoliana, è la Wielkopolski  del dressage?]  -
 Henia’S GameÒ

La Lebenswelt con Witold Gombrowicz
sull’erotismo polacco inferiore al valore

Henia in piena luce in una camicetta chiara, gonna blu scura, colletto bianco, s’era messa da un lato e in attesa dei genitori chiudeva la fibbia del messale. Il poeta…s’avvicinò al muro e alzandosi in punta di piedi sbirciò dall’altra parte. Si conoscevano?
Socchiudevo gli occhi – sulla piazza c’era una sinfonia di bianco, di verde, di azzurro, di caldo -  restavo con gli occhi socchiusi.
Lui per lei, lei per lui, mentre stavano così, lontani, affatto interessati uno dell’altra – eppure la cosa era talmente forte che la bocca di lui non sembrava fatta soltanto per la bocca di lei, ma per tutto il suo corpo – il corpo di lei apparteneva invece alle sue gambe!

Questa sensualità minorenne così preziosa e insostituibile, in questa piazza, sotto questo sole, il padre di Heniutka che chiede al fattore “Che facciamo con le patate?” nella gola di Grocholice nel villaggio dove c’è sempre fango, un fiumiciattolo, alcune case sparse, steccati, un pollo e un’oca, l’abbeveratoio e la pozzanghera, il cane.


Henia  procedeva davanti a me, con lei le sue spalle e il collo esile da scolaretta[1], il modo di muoversi di lei, mentre procedevano in mezzo alla folla, davanti a me, nella calca ardente, era come un commento sussurrato agli spostamenti di lui, a due passi di distanza, nella stessa folla.
La mano di lei, abbandonata lungo il corpo, pigiata contro il corpo dalla pressione della folla, essa offriva questa mano premuta, l’offriva tutta alle mani di lui nell’intimità e nella moltitudine di tutti i corpi sospinti.

Chi oserebbe suggerire l’esistenza di una storia d’amore tra di loro, anche la più tenue?
Durante questi anni in cui abbiamo quasi dimenticato l’esistenza della bellezza. Ecco che vediamo germogliare improvvisamente un idillio infuocato, primaverile, come non credevamo di incontrarne mai più, ed ecco che le barriere del ribrezzo si schiudono di fronte al meraviglioso appetito di questi due.
Il sole che sta calando e la visibilità che si fa più chiara, singolarmente scura; un tronco d’albero, un angolo del tetto, un buco nella staccionata si materializzano con una precisione indifferente, la ragazza che ha finito di pelare le patate e in questa passeggiata serale, una fila di platani lungo la siepe, accanto al pozzo una fila di carri con le stanghe all’aria, con la grazia disinvolta e allegra della sua età si chinò e gli rimboccò i pantaloni un po’ troppo lunghi e imbrattati di terra, cosicché lei rimaneva immobile nello spazio nudo dell’aia tra i timoni dei carri da fieno, l’abbeveratoio spaccato, la stalla recentemente riparata.

Heniusia gli ha dunque rimboccato i pantaloni?
L’ha fatto perché lo poteva fare, chiaro, niente di eccezionale, un favore che si fa al prossimo… o sapeva di farlo per me, per il mio diletto, acconsentiva dunque a che io mi dilettassi di lei… ma non di lei sola…di lei e di lui…però, la briccona[2]!
Lei sapeva quindi che in due erano in grado di eccitare, di sedurre qualcuno.

Sulla panchina lei, seduta, una gamba con la calza e la scarpa sul piede, mentre l’altra nuda fin su, oltre il ginocchio; lui, sdraiato ai suoi piedi, nell’erba, con il pantalone rimboccato fin sopra il ginocchio, che faceva vedere la sua gamba nuda, più in là la scarpa, con dentro il calzino, la gamba di lei si mosse leggermente, s’allungò. Il piede di lei poggiò sul piede di lui.
“Ripetiamo tutto daccapo”, dissi rivolto a loro due.

Calava la sera e la luce fuggiva in maniera impercettibile, le tinte scure s’approfondivano e si saturavano, aumentavano le buche e gli antri, colmi dell’humus della notte. Il sole s’era già nascosto dietro agli alberi.
In un libro lasciato sulla terrazza trovai una busta senza indirizzo che conteneva un foglio scritto a matita appena leggibile:
“Non mi dispiace affatto che lei sia stato testimone di quell’affare sull’isola.
Lei ha visto la mia gamba nuda e la mia mano premuta sul mio corpo nell’intimità e nella moltitudine dei corpi sospinti all’uscita dalla Chiesa. Ora mi preme che veda anche lui e che sappia che lei mi  ha visto.
Non risponda. Sarò solo io a scrivere, lascerò le lettere sul muretto, vicino alla porta, sotto un mattone. Bruci le lettere.”[3]

Nel punto stabilito da dove attraverso un vuoto
tra gli alberi si poteva vedere la scena
in questo punto l’acqua del canale era abbastanza alta
io sotto l’albero, Enrichetta immediatamente dietro di me,
entrambi tenevamo le teste all’insù fissando
un oggetto sull’albero, forse un frutto.
Io alzai la mano. E lei alzò la mano
su, su, al disopra delle teste, le nostre mani s’intrecciarono “casualmente”.
E quando s’erano intrecciate, furono fatte scendere
con gesto rapido e violento.
Per un attimo, lei si sedette su di me
e dopo di che, improvvisamente, cadde sull’erba
né si seppe chi dei due avesse provocato la caduta.
Cadde e per un istante restò sdraiata con le gambe
nude in primo piano, ma subito si alzò.
Lei si allontanò lentamente, io la seguii e scomparimmo
dietro ai cespugli.
Una scena in apparenza semplice, in realtà voluta
tra le esalazioni del canale, l’umidità afosa, le ranocchie
immobili, il parco assonnato della canicola.

Subito dopo la cena andai per ogni evenienza alla porta
e sotto il mattone trovai una lettera:
“L’isola non ha cambiato i miei sentimenti.
Mi piace starci in quel modo e mi piace che lui lo sappia.
Penso che a lui piacciano molto le mie mani. E le gambe.
Mi piace rinserrare. A lungo. E lentamente.
A lui piace la storia, sotto di me, minerale,
incontenibile, irrefragabile. I deretani dei cavalli al trotto.
Li ama frustare. A mezzanotte e mezzo in punto schiacceremo il verme”.

La scala che scricchiolava sotto i loro piedi che erano forse scalzi.
O nudi. Che momenti indimenticabili in questa clandestinità così
comprensibile in cui lei accorre leggera, disinvolta, un gradino dopo l’altro,
lei davanti, lui dietro, quel loro camminare felino in cui lei è la meta
dei passi bramosi di lui, anche se in quel momento la meta
è l’uccisione, il passo della giovinezza che calpesta un atto orrendo
e vi passa come se fosse una folata d’aria fresca,
tutta questa naturale innocenza introdotta in quest’avventura
per il poeta per riverirlo, conquistarlo, per civettare con lui,
c’era il fremito della carne, l’ebbrezza di un accordo in cui
c’è la necessità intima di Henia di servire il poeta, un delitto
così grave e vi si nascondeva la più stupenda bellezza del mondo,
la consapevolezza che ero stato io a ispirare quelle gambe – ecco,
un altro scricchiolio, questa volta molto più vicino, poi, di nuovo, niente, silenzio;
pensavo che forse non avevano saputo resistere, e chissà,
impressionati da questa congiura che li univa,
s’erano lasciati sviare dalla meta prefissata,
s’erano abbracciati dimentichi di tutto e di tutti
cercavano nell’oscurità i loro corpi proibiti!
Nell’oscurità delle scale. Ansando, Lei
con l’abricot mouillé, il damasco mojado; lui
con il glande teso e unto, lucido e brillante
nell’oscurità.
Vedevo la mano di E. che rinserrava l’asta
del ragazzo e pensavo che lei fantasmasse
che fosse la mia nerchia.
Poteva anche darsi. Era davvero possibile?
No, ecco un altro scricchiolio faceva
supporre che le mie speranze erano vane,
che nulla era cambiato, che continuavano a salire-
e subito fu chiaro che speravo in cose
del tutto irrealizzabili, escluse in anticipo,
estranee al loro stile; erano troppo giovani.
Troppo giovani per poter trattenere il silenzio
afferrare il fallo e rinserrarlo menandolo
fino a farlo cannoneggiare come un Parrott da 30 libbre e 4,2”.
Dovevano arrivare quindi fino alla porta, e uccidere.
La loro clandestinità inebriante con quel loro peccato
che avanzava in punta di piedi, le loro gambe concordi
e segrete, le labbra dischiuse, il respiro heimlich e proibito
fino a gustare il sapore del delitto giovanile,vergine.
Toc, toc, toc. Toc, toc, toc!
Era lei che bussava alla porta.
Udii H. che diceva “Sono io”.

Lei che non è per se stessa, lei che è fatta per qualcuno.
E quindi è per lui, lei è sua.
Ripiegata la camicetta, posò la mano sul tavolo, la sua
mano giacque aperta, impeccabile, ordinata sotto
ogni aspetto, del resto ginnasiale[4], proprietà di babbo
e mammina –ma nello stesso tempo era una mano
priva di indumenti, completamente nuda, nuda
della nudità non di una mano o di un ginocchio che
sfugge dalla gonna ma nuda come una minchia
e con questa mano ginnasialmente libertina
- con cui bussò alla porta dell’uomo da uccidere-
lei lo eccitava, lo eccitava in un modo
“stupidamente giovane” e brutale come il canto
profondo, magnifico, che scintillava da qualche parte
in loro o intorno a loro.
Lui puliva la lanterna.
Lei continuava a star seduta.
Il poeta nel silenzio della precoce carnalità dei due
nell’area della propria eccitazione
restava tranquillamente[5] gonfio d’istinto e notturno
a violentarla lì per lì percorrendola e attraversandola
nell’alterità del suo semivalore che era la sua magia
e il suo potere, quella disposizione fatale che
se si fa punctum e viene percepita è sempre
della misura di quella strettezza indicibile
con cui lei sta rinserrando la libido del poeta[6].
Perciò, è per sua essenza immorale, e lei
pur dicendo quando bussa “Sono io”
in quanto oggetto puro, non è identificabile.

Il poeta non si lascia imbrogliare.
Uno ha schiacciato il verme e l’altra
ha schiacciato lo stesso verme.
“L’abbiamo fatto per te. Per unirci nel peccato-
davanti a te e per te.”
Tutto si svolse in maniera innocua, proprio
come innocuo e privo d’importanza
può essere un verme schiacciato.
Lei alzò una gamba per grattarsi
il polpaccio- intanto la scarpa di lui si sollevò,
fece un semicerchio e schiacciò il verme…
ma da un lato soltanto, cosicché la parte rimanente
del verme potesse tendersi e serpeggiare
fin quando apparve la scarpa di H.
che schiacciò il verme dall’altro lato,
risparmiando meticolosamente la parte centrale
affinché continuasse a torcersi e a strisciare.
Il poeta guardò la nostra coppia. Sorridevano.
Come son soliti fare i giovani quando
è difficile districarsi da una situazione imbarazzante.
E per un istante, in tutto quel disastro,
loro due e io ci guardammo negli occhi,
le loro labbra dischiuse, le loro gambe
concordi nel segreto, la mia clandestina
erezione dello stesso peso immenso
di cui si erano presi la responsabilità,
della stessa mole opprimente del loro delitto.





[1] Cfr. l’analemma esponenziale della ginnasiale di cui alla nota 4.
[2] Vedi alla nota 6 quanto si dice sulla leggerezza briccona di Heniusia.
[3] Un po’ come a Harriet Moudron, il poeta avrebbe potuto scrivere a Heniutka:”Mia Patafisica Riqueta, dalla pelle modronica o meglio moudronica, dal francese “moudre” che è macinare, che rende pienamente e tattilmente il senso della palata interminabile e del macinamento fatto sia con l’acqua, davanti, che nel “moulant”, il participio presente di “moudre”, questo sei, il moudron, il macinatore, il modellatore del fallo, con tutto il tuo spingere basso e persistente, poco esteso in alto, così profondo, grave e indecente. Il tuo deretano-moudron ha questo distendersi della pelle, questo touch, questo patagonismo polacco che ti canta dentro, e che ha un taglio indicibile, una strettezza–abbraccio, malleabile paradigma del protrarsi e dell’attraversare, del prolungarsi dell’istante, sema e sintéma della sequenza del penetrare, dello spingersi, Heimlich di un cavalcare infinito nel silenzio del touch, in questa interruzione del mondo in cui la continuità della quiete ha la  percussione moulante del tuo moudron-ricura”(cfr. V. S. Gaudio, La ragazza di Goteborg, © 2005).
[4] L’analemma esponenziale che, in virtù del  sibaritismo, raddoppia, moltiplica la figura del personaggio iniziale, e che ha già fatto connettere Heniusia con Harriet Moudron, connette la ginnasiale che è E. con la “ quieta ripidezza di collegiale cresciuta” che c’è in Lol V. Stein, il personaggio di Marguerite Duras, questo c’è sotto le dita che le toccano la pesca e la leggera stimmata del desiderio, questo conno di collegiale fattasi grande, stupefatto e biondo, bagnato e palpitante che si lascia toccare con il meridiano su cui sta l’orizzonte a quindici sotto, tra seta e velluto, un po’ patafisica, un po’ situazionista, un po’ attonita, un po’ banalmente artificiale, un peu niaise pêche à quinze sous(cfr.: V.S.Gaudio, La fille de mon peuple pêche à quinze sous e le mutande di Lol V. Stein, © 2006).Il sibaritismo è la voluttà dell’omonimia, questa sovrapposizione di figure dell’altro che fornisce un piacere supplementare e simultaneo: questo piacere superiore, “tutto formule, perché in fin dei conti non è altro che un’idea matematica, è un piacere di linguaggio”[Roland Barthes, Sade II, in: Id., Sade, Fourier, Loyola, trad. it. Einaudi,Torino 1977: pag. 145] è nell’ordine della surfusione, del testo e dei corpi, un po’ come il pornogramma prodotto da Sade:”il pornogramma non è solo la traccia scritta di una pratica erotica e neppure il prodotto di un ritaglio di questa pratica, trattata come una grammatica di luoghi e di operazioni”[Roland Barthes, ibidem:pagg.145-146]: come Eugénie che dice ai suoi professori “Eccomi tutta nuda, dissertate quanto vorrete su di me”, così Henia, per la simultaneità dell’analemma esponenziale, dice allo scrittore, prima, e al poeta, poi: “Mi staglio sullo sfondo per voi adulti, dissertatene quanto vorrete e parlatene, oppure, è meglio, scrivetene” perché “la scrittura sia ciò che regola lo scambio di Logos e di Eros, e sia possibile parlare dell’erotica da grammatico e del linguaggio da pornografo”[Roland Barthes, ivi]. Il sibaritismo sovrappone il piacere che Enrichetta si è dato  come ragazza godendo nell’ISUFYPA del romanzo ai godimenti che l’analemma esponenziale procurerà nel suo altrove originato dalla sua alterità sovrana, ma sovrappone in questa simultaneità sensoriale, che è questa Lebenswelt, che è un contenuto del pornogramma, altre figure a quell’alterità assoluta del fantasma irreprimibile[o perenne] della Ragazza Polacca per Gombrowicz. Il sibaritismo,che, oltretutto, è connesso al triangolo di posizione dell’altrove del poeta, è l’ologramma di questa impenetrabilità di Enrichetta, la percezione acuta e immediata di un qualcosa che perennemente non si comprenderà  - perché la cosa peggiore è la comprensione – in questa deterritorializzazione lenta che sposta il senso da una longitudine all’altra(qui dai 21° E del luogo in cui E. si trova protagonista dell’ISUFYPA ai 16° E del luogo dove avviene la Lebenswelt) e ne perverte la differenza o il resto da una latitudine all’altra: è questa assenza continua del corpo che diviene la qualità frattale che esalta la mente. Perché il poeta sostituisce al proprio desiderio la tentazione dell’esilio nel desiderio dell’altro, che è Gombrowicz o Henia, e della sua traversata, che è questa Lebenswelt in cui si rende conto dell’eccesso che ha fatto del touch di E. una passione il cui esotismo radicale non fa che far ritrovare continuamente l’immaginazione al corpo.
[5] Cfr. la quietud che c’è in Enriqueta  alla nota numero 3.
[6] La densità sensoriale che ha Heniusia è quella di Harriet Moudron, che il poeta abbina a Bibi Andersson, e che non è un dato fisico o fisiognomico definito ma è un qualcosa, un dettaglio, che connette la ragazza di Goteborg e l’attrice, questa evidenza perfetta della “sensualità circolare” di Harriet è the Touch di Bibi Andersson, che noi conosciamo, come film, nella versione di “L’adultera”, una ricostruzione semantica operata dall’anno di nascita di Harriet e dell’anno di produzione del film(1971): tatto, tocco, colpetto, dettaglio, contatto, sfumatura di touch e toccare di to touch, fare esplodere, scatenare, provocare, schizzare di touch off, che corrisponde al tedesco “Berühren” ovvero allo svedese “Beroringen”, il titolo originale del film con la Andersson. La densità del toccare, dunque, questa qualità frattale, somatognostica, si potrebbe dire, del touch off che, regola della seduzione, è segreta in questa artificialità terrificante, perché circoscritta, e ancor più folgorante, evidente, per come fa irruzione, sotto forma di un segno, di un gesto, di una forma, allora H. sul treno, e di una parola, di un titolo di un film, che connette dati, incisi, punti temporali e spaziali e che poi, circolante come l’analemma esponenziale, passa al meridiano ora con questa alterità radicale, fatale, del personaggio di Gombrowicz.


· da: v.s.gaudio, henia's game© 2007 · 



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