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Canne 2 ⁞ Blue Amorosi



 

Canne e punctum

C’è un punctum in ognuna di queste fotografie? Il sole, il cielo, un punto nel cielo, la canna in primo piano, la nuvola, l’erba, la trama che percorre l’occhio per arrivare a fissare un punto ad ovest dove prima o poi il sole tramonterà? Comunque, partendo da qui succede spesso, come capitò alla spedizione degli Scalzacani di cui narra V.S.Gaudio in una Lebenswelt con Sten Nadolny, che ci si infili in una sorta di traiettoria che va verso nord-ovest: da queste canne, mentre uno sta vivendo la propria giornata mortale,e ancora con una relativa abbronzatura, seppure stia facendo capolino un po’ di raffreddore, nessuno è mai partito pensando di trovare non dico la felicità ma nemmeno un pezzetto di gaudio. Tra cornacchie, cicale, formiche, qualche rondine, e, giù, se guardate bene, c’è un canale pieno, ranocchi a non finire, dove pensate di andare fin dove l’occhio arriva a filmare il punto cardinale del tramonto? Le canne, più o meno come il cappello bianco che il poeta comprò a Bologna da Barbetti, non servono a niente, nemmeno quando il poeta fu per quel cappello che scambiò uno sguardo profondo, tra bellezza e patafisica dell’inseguimento di Baudrillard, con Diana, nonostante la vista difettosa, o forse proprio per questo, il poeta si convinse che i piaceri, anche quelli singolari di Harry Mathews, non durano che un attimo, e l’amore non esiste, nemmeno per un attimo. Manuel Vázquez Montalbán elogiò l’arco ogivale delle ginocchia di Maite che andava per funghi, d’accordo c’è qualche fotografo che si ostina ancora  a fare della canna il (- φ) di Lacan, vedi Joseph Auquier per via di Mila che fa della canna il meridiano del visionatore(e qui arriva un altro francese, Edgar Morin), ma, guardatele le canne, c’è un punctum? Servono a qualcosa, così tenere? Pensateci: voi guardate verso ovest e da sud ovest un giorno sì e l’altro pure, in determinate lune, il libeccio le piega verso il vostro occhio, ed è allora che dovete afferrare  con l’altra mano la visiera del berretto perché il vento non vi scompigli i capelli.

La minoranza degli italo-albanesi, che, qui, si è, invero, estesa dappertutto, non è più nel territorio dove in effetti compete il ruolo di minoranza,  la canna la chiama “kallam” ed è maschile: i kallam, dice: la guarda e dice: i kallam. Ma sapete qual è la meraviglia di questo popolo bilingue, o trilingue, se si vuole? Che loro, dicendo kallam, prendono il sentiero della “i”, e con kalìm trovano il “passaggio”, il “transito”, la “promozione”; se gli si impiglia la “e” sulla seconda “a”,hanno “kalém”, noi abbiamo le cannucce e loro con “kalèm” la “matita”. Quando sono stanchi di tutte queste canne del cazzo, guardano i kallam e bevono "kaliùm", potassio, e si ritemprano.

La bellezza, e il punctum di Roland Barthes, sta nell’occhio di chi guarda, almeno fino a quando non se ne uscì Nichi Vendola con la faccenda del punctum che era il suo orecchino, anche se il poeta continuava a pensare al punctum che Diana aveva guardato in lui e Diana, almeno fin quando visse, ebbe almeno un pensierino per quel punctum che vide nel poeta così incappellato[1] : qui, ci sono queste cannucce, e più in là il bidone della spazzatura, dismesso dal comune di Roma. Qualunque cosa è meglio che trovarsi in mezzo a un boschetto con un sorriso cretino a raccogliere fiori in un cestino, disse Woody Allen, a meno che non vi mettiate anche voi a fotografare cannucce ad ovest nel Delta del Saraceno. In questo caso, se non è chiaro, qualunque cosa è meglio che fotografare queste cannucce ad ovest nel Delta del Saraceno.
by Blue Amorosi

[1] Anche con il “cappello” chi parla Shqip sembra che abbia più connessioni paradigmatiche: lo chiamano “kapelë”, la ë è metafonetica, semimuta; dicono “kapelë”, quello che il cappello in testa, e magari intendono “cappella”, sia quella che riguarda il fungo( e per questo abbiamo tirato dentro Maite che andava per funghi…) che la cappella in musica. Col kapelë, quando gli si intoppa la “m”, possono arrivare a “prendersi”, “afferrarsi”, “aggrapparsi”: “kàpem”.