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Herberto Helder ░ Poemacto II ⁞ Poematto II


Herberto Helder
POEMACTO II POEMATTO II
!Traduzione di v.s.gaudio
La mia testa  scuote tutto l’oblio.
Cerco di dire come tutto è un’altra cosa.
Parlo, penso.
Sogno sopra le ossa tremende dei piedi.
E’ sempre un’altra cosa,
solo una cosa coperta di nomi.
E la morte passa di bocca in bocca con la saliva leggera,
con il terrore che c’è sempre
nel fondo senza formula di una vita.
So che i campi  immaginano le proprie rose.
Le persone immaginano i propri campi di rose.
E a volte sto di fronte ai campi come se morissi;
altre volte come se  soltanto ora  potessi svegliarmi.
A volte tutto si illumina.
A volte sanguina e canta.
Io dico che nessuno si perdona nel tempo.
Che la follia ha spine come una gola.
Io dico: ruota lontano l’autunno,
e  che cos'è l’autunno?
Le palpebre sbattono contro il grande giorno maschile del pensiero.
Getto cose vive e morte nello spirito dell’opera.
La mia vita si estasia come una camera di torce.
Era una casa – come dire? - assoluta.
Gioco, giuro.
Era una casa d’infanzia.
Come se fosse un manicomio.
Io mettevo le mani nell’acqua: mi addormentavo,
ricordavo.
Gli specchi si spaccano contro la nostra giovinezza.

Palpo ora il girare delle brutali,
ruote liriche della vita.
C’è nell’oblio, o nel ricordo totale delle cose,
una rosa come una testa alta,
un  pesce come un movimento rapido e severo.
Una rosapesce nella mia idea stralunata.
Ci sono bicchieri, forchette inebriate dentro di me.
 -Perché l’amore delle cose nel proprio tempo futuro
è terribilmente profondo, è soave,
devastante.


Le sedie ardevano ai loro posti.
Le mie sorelle abitavano al culmine del movimento
come sbalorditi esseri.
A volte  ridevano forte. Tessevano
nel loro terrificante buio.
La mestruazione sognava polvere dentro di loro,
la bocca della notte.
Cantava molto piano.
Pareva fluire.
Circondare i tavoli, le penombre fulminate.
Pioveva nelle notti terrestri.
Io voglio gridare  attraverso la follia terrestre.
 –Era umido, distillato, ispirato.
 C’era rigore. Oh, esempio estremo.
 C’era un’essenza d’officina.
 Una materia sensazionale nel segreto delle fruttiere,
 con le loro mele centripete
 e l’uva pendente sulla maturità.
 C’era la magnolia calda di un gatto.
 Gatto che entrava per le mani, o magnolia
 che usciva dalla mano verso la faccia della madre oscuramente pura.
 Ah, madre pazza a volte, sempre lì seduta.
 Le mani toccavano in cima all’ardore
 la carne come un boccone estasiato.


Ter amoras, folhas verdes, espinhos
com pequena treva por todos
os cantos.
Nome no espírito como uma rosapeixe
|photostimmung by blue amorosi
 Era una casa assoluta- come dire?-
 un sentimento in cui alcune persone morirebbero.
 Demenza per sorridere elevatamente.
 Avere more, foglie verdi, spine
 con piccole tenebre in tutti gli angoli.

 Il nome non è uno spirito come la rosapesce.


- Preferisco fare impazzire i nostri corridoi arcuati
 adesso nelle parole.
 Preferisco cantare nelle terrazze interne.
 Perché c’erano scale e donne che sembravano
 minate di intelligenza.
 Il corpo senza rosacee, il linguaggio per amare e rimuginare.
 Il latte cantante.

 Io adesso mi tuffo e ascendo in un bicchiere.
 Trangugio dalla cima questa immagine di acqua interna.
- Penna del poema dissolta nel senso primordiale del poema.-
 O il poema che sale con la penna
 attraversando il proprio impulso,
 ritornando al poema.
 Tutto si alza come un garofano,
 un coltello sollevato.
 Tutto muore il suo nome il nostro nome.
 Il poema non può uscire dalla follia.
 Il poema come base non concreta della creazione.
 Ah, pensare con delicatezza
 immaginare con ferocia.
 Perché io sono una vita con una furibonda malinconia,
 con una furibonda concezione.
 Con qualche ironia furibonda.
 Sono una devastazione intelligente.
 Con favolose pratoline.
 Oro in cima.
 L’alba o la notte triste suonate
 con la tromba.
 Sono una cosa udibile, sensibile.
 Un movimento.
 Sedia che si raddoppia nel catino,
 occasione per sedersi.
 O fiori bevendo dalla giara.
 Il silenzio strutturale dei fiori.
 E il tavolo laggiù.
 A sognare.

Travessia dos Poetas, Rosapeixe by Joana Machado