La paura del viandante.E quella storia della cantante col poeta ♪

Quella volta che c’era una sorta di contrazione pulsionale tra il poeta e una cantante che, come questa di pari età adesso Emma, stava ad urlare  “Io di te non ho paura”, e al poeta venne da pensare alla canzone che ogni vallata ove l’uomo ha la sua dimora possiede, ricordata da Jerome K. Jerome  nel  Capitolo V di  “Tre uomini a zonzo[i]:
C’era una volta una fanciulla,
sopraggiunse un baldo giovane,
l’amò e cavalcò via.
La canzone e la paura dell’eterno viandante
by Blue Amorosi & V.S. Gaudio
Potete volgerla in versi e metterla in musica per conto vostro: è una monotona canzone scritta in molte lingue. Scriveva Jerome K.Jerome: poiché quel giovane sembra essere stato un eterno viandante. Qui, nella sentimentale Germania, lo ricordano molto bene. E altrettanto bene lo ricordano gli abitanti delle Montagne Azzurre d’Alsazia; così come egli visitò le rive dell’Allan Water. Quel giovane è un vero ebreo errante; le sconsigliate fanciulle, a quanto si dice, ascoltano tuttora lo scalpitare degli zoccoli del suo cavallo che si spegne in lontananza.
E, dunque: quella giovane cantante il poeta,a sentire adesso questa Emma che canta “Io di te non ho paura”, ricorda, come se fosse lo scozzese all’inizio del Capitolo V citato di Tre uomini a zonzo, quello che amava una fanciulla e desiderava farne la sua sposa ma, possedendo in sommo grado la prudenza della propria razza per evitare la ineluttabile delusione, finisce con il farsi anch’egli eterno viandante. Disse un giorno il poeta a quella cantante: “Io sono un povero poeta, E.Emme[ii]; non posso offrirti danaro e neppure terra. Né suono uno strumento che non sia la batteria che non ho”.
“Ah!ma tu hai te stesso, Vuesse!”
“Vorrei essere tutt’altro di quello che sono, ragazza mia. Sono soltanto uno zoticone mal cresciuto, E.Emme.”
“No, no; ce ne sono tanti più zoticoni di te, Vuesse.”
“Io non ne ho mai visti, e non ci terrei per niente a vederli.”
“Meglio un uomo qualunque, Vuesse, quantunque tu sia poeta, su cui si possa cantare, che non uno di quei tipi di produttori che in effetti sono un po’ come dei magnaccia, e poi per farglielo alzare sai quanto GHB ci vuole, e, in una vita, pensi che potrebbero bastare i proventi della Siae?”
“Non ti fare troppe illusioni, E.Emme; non sono sempre i produttori o i manager delle cantanti che vogliono star sempre a suonarlo. Io sono sempre stato uno di quelli che, appena una canta, tutti lo sanno, io vorrei accompagnarla con il mio strumento; e non farai certo un affare se mi dirai di sì.”
“Ma tu hai buon cuore, Vuesse! Che è più di uno strumento accordato col Ghb, e poi mi ami, ne sono sicura. E in più: io di te non ho paura!”
“Sì, ti amo abbastanza, E. Emme e per questo l’erizzo  lo rende reale, ma non potrei dire quanto tempo il mio amore durerà; e sono abbastanza buono, sì, quando la mia pulsione uretrale è con la mia testa che attiva il (-φ), ma se non va sai che monto in furia.”
“Via, sei troppo duro con te stesso, Vuesse. Ma io di te non ho paura, anche quando sei duro con me! Mi sarai fedele, Vuesse, e a lungo mi amerai?”
“Non c’è ragione che non ti sia fedele, E.Emme; ma non contare troppo sulla durata, perché solo a pensarti spesso non dura che un attimo il bonheur esteso.”
“Però, farai del tuo meglio, non è vero? Come dissero quelli che vinsero a Sanremo, quando un uomo, ancorché sia anche un poeta, fa del suo meglio, può fare di più.”
“Forse quelli intendevano che, visto come vanno le cose per la libido troppo stropicciata, si può, si potrebbe, dare di più, certo farò del mio meglio, ho delle fantasie incredibili su di te,ma non è dir molto, e non so se tu sarai contenta. Noi siamo deboli, siamo poveri poeti, E.Emme, e non sarebbe facile trovare un uomo più sibarita di me e un poeta più peccatore di me.”
“Be’, parli da uomo sincero, Vuesse. Tanti disc-jokey e produttori di cantanti fanno grandi promesse a una povera cantante, per poi spezzarle il cuore. Tu mi hai parlato lealmente, Vuesse, e so che la radio e quelli che fanno chiacchiere infinite alla radio ti stanno sul cazzo. Ebbene, nonostante io debba riferirmi anche alla radio e a quegli uomini stupidi che mandano in onda canzoni e percussioni del cazzo, ti prendo come sei e per il resto vedremo come va a finire, innanzitutto non stare sempre con la radio accesa.”

La storia dello scozzese, ricordata da Jerome K.Jerome, non si sa come andò a finire, ma quella del poeta con la cantante, che del poeta non aveva paura, finì come finisce nella canzone che ogni vallata possiede, quella dell’ebreo errante. Non c’era alcun senso a essere qui, in questo posto, in questo momento , scrisse il poeta alla cantante: di fatto, quando sono andato via, non c’era nessuno; d’accordo: l’altro esiste, fin quando ti ho seguito, poi l’incontro, il canto, il controcanto, è sempre troppo vero, troppo diretto, troppo indiscreto. Tu, alla fine, mi urlavi: Io di te non ho paura! Ma era vero il contrario: io avevo paura di te; perché a quel punto l’altro che eri non aveva più segreto, ti ricordi quando ti ho seguito al mercato della Crocetta, esercitavo su di te il diritto fatale di inseguimento, senza averti avvicinato, anche se ti toccai il culo più volte, ti conoscevo meglio di chiunque; e poi, dentro il tempo curvo della città, eravamo ormai nella stessa orbita, e non avendoti incontrata alla Crocetta l’apparizione  ineluttabile, quella che poteva segnare il nostro destino, avvenne in via Cernaia. Fu così che in quel tempo vissi della trappola che mi tendesti e tu vivesti della trappola che io ti tendevo: un’affinità senza fine, che durò fino all’esaurimento delle forze. Certo: il poeta qual’ero voleva il suo altro: mi eccitava il tuo non aver paura di me che mi urlavi, e in quella vertigine cercai di farlo durare più duro del (-φ) che, fin quando non raggiunge il punto più alto del meridiano, resiste e occupa lo spazio, la parola, il silenzio, l’interno stesso dell’altro, del tuo canto, mi spingevi a desiderare, a esaudire la propria morte simbolica e anch’io…per questo, dentro quel nostro altrove e la sua fatale declinazione, convivendo il segreto dell’altro senza saperlo, cosa mi urlasti l’ultima volta quando presi il treno a Porta Nuova? Vuesse, io di te non ho paura! Ma non te ne eri accorta, avevamo perso la nostra ombra, ragazza mia, e io da tempo avevo perduto le  mie tracce, e tu urlandomi che non avevi paura avresti invece dovuto metterti sulle mie tracce, avresti dovuto cancellarle e farmi sparire, era questa la forma di obbligazione simbolica, la forma di connessione e di sconnessione, la sottigliezza come artificio fondamentale, noi viviamo dell’energia, della volontà che sottilizziamo agli altri, al mondo, a chi amiamo, a coloro che odiamo. Viviamo di un’energia surrettizia, di un’energia rubata, di un’energia sedotta: avresti fatto meglio ad aver paura di Vuesse, ragazza mia, ma così avresti dovuto far del poeta il tuo destino, averne paura e trarne la più sottile delle energie[iii].


Le Coppe di castagne di Marisa G. Aino e la cantante che urla il Nonsenso della Castagna
Terminato l’ascolto e la visionatura della clip di Emma (Marrone), Io di te non ho paura, entra in redazione Simona Pisani e: “Ditemi di che argomento tratta la canzone” disse in tono professorale. “Tratta – balbettò Blue, parlava a testa bassa, con evidente riluttanza, come se si trattasse di un argomento dal quale lui, potendo fare a modo suo, si sarebbe volentieri astenuto – “tratta di una che sta sul letto e c’è quell’altro a cui…gliele canta…”
“Sì” assentì la nostra professoressa; “però voglio che tu lo dica meglio, chi è questa una?”
“E’ la cantante. E’ Emma Marrone, è bionda, e – rivolgendosi al poeta- la tua cantante com’era? Bionda, rossa o castana? E te l’ha mai urlato così vicino al letto che di te non aveva paura?”
“Sai che non ricordo il colore dei capelli?!L’abbiamo scritto: me l’ha urlato fuori, sotto i portici di via Roma, in piazza S. Carlo, anche in riva al Po ai Murazzi…”
“E non c’era pericolo che t’incazzavi e cercavi di buttarla in acqua?” chiese apprensivo Blue.
“Atteniamoci alla clip, per favore- intervenne Simona- cosa vi è rimasto delle cose viste, del testo?”
“Il letto.”
“Il letto, come? – chiese Simona- Che letto sarebbe, è doppio, è a una piazza?”
“A me sembra un modello dell’Ikea – disse il poeta – e c’è questa finestra ampia. Mi pare. E parla, qui è bella l’enumerazione somatica, delle spalle, della schiena, mi pare anche del tatuaggio, della fotografia da bambino, anch’io avevo questa mia fotografia da bambino in riva al mare e …non ricordo di avergliela mostrata alla mia cantante.”
“Le avrai mostrato qualche altra foto di te adolescente e biondo, no?”- fece ammiccante Simona.
“Il sole, certo, non mi sembra che ci sia sole nel video, anche lei pare che stia fuggendo nel bosco, come nella storiella che Jerome K.Jerome narra sempre nel V Capitolo di Tre uomini a zonzo”.
“E nel bosco che c’era – chiese Simona al poeta- ricordi qualcosa in particolare?”
“Cosa vuoi che ci sia in un bosco? Rifiuti, barattoli di vetro, lattine di birra, coca cola, preservativi, fazzolettini di carta, sacchetti di plastica stracolmi di rimanenze alimentari , bucce di arancia, di banana, di pesche, di cocomero, pozze di orina, cumuli di …”
“Okay, okay, abbiamo capito” lo interruppe Simona. E rivolgendosi a Bue: “E tu nel bosco?”
“Io? Nel bosco? Mi piacerebbe andarci con una che raccoglie funghi, e come la Maite di Vázquez Montalbán ha l’arco ogivale delle ginocchia che…altro che raggi del sole che penetrano in una foresta oscura e triste, quello è il bagliore didonico come lo intende il poeta!”
“E se Maite si gira e ti urla che di te ha paura?” fece sorniona Simona.
“Penso che stia scherzando e voglia fare il verso alla canzone di Emma, e che, in effetti, voglia dirmi che lei non scappa e forse…ha più paura di me che di imbattersi in funghi velenosi…e poi: perché deve urlarmi che ha paura di me se la canzone dice che di me non ha paura?”
“Va bene. Torniamo dentro. Sei seduto sul letto: cosa ha di te la cantante? Blue?...”
"i tuoi dolcini" di Marisa G.Aino:
Coppe di castagne, "Cip &Ciop" n.43
Milano, maggio 1993
“Quando siamo sul letto o comunque nella stanza, e lei , un po’ ricorda la Maite che sta raccogliendo i funghi, sono un po’ giù, mi dico: ma che le è preso, io vorrei guardarle l’arco ogivale delle ginocchia, e devo star qui con lei che mi urla contro guardandomi il trapezio e la nuca”.
“Vuesse?...Di te cosa ha di te?”



“Non so se hai letto il Capitolo V di Tre uomini a zonzo, e c’è il professore che chiede agli alunni cosa c’era di vivente nel bosco oltre la ragazza, e uno dice che ci sono gli uccelli, e il professore suvvia come si chiamano quegli animali con la coda, che corrono su per gli alberi, e uno dice gatti, invece sarebbero scoiattoli, e mi vengono in mente “Cip & Ciop”,  e tra le ricette dei tuoi dolcini, la rubrica di Marisa G. Aino, così di punto in bianco penso alle Coppe di castagne[iv] e ai dolci versucci di Apollo Zuccotto, che ero io, e la cantante, all’improvviso, si mette a ridere e non mi urla più che di me non ha paura, si siede sul bordo del letto e canta:

“Marmellata di castagna
ullalà è una cuccagna
con la cannella è più bella
la marmocchia che non balla.
Marmellata e cioccolata
metto l’uovo ed è frittata:
non ho panna da montare
né castagne da sbucciare.
La cannella che non balla
non conosce Lucio Dalla:
la marmocchia che saltella
è più bella di una stella?”[v]



[i] Jerome K. Jerome, Three Men on the Bummel, © 1900, trad. It. Rizzoli Editore, Milano 1950.
[ii] E. perché è la lettera dell’istinto irrefrenabile di dominio, è la lettera della franchezza e della devozione; E., che non ha paura del poeta, glielo dice francamente, glielo canta col suo istinto irrefrenabile di dominio. E’ la lettera dell’ispirazione e dell’Ariete, e dell’arcano XXXI, la carta del 5 di Bastoni, tra gioia, amore e la vittoria dopo le difficoltà, del dominio intellettuale e anche della collera, dell’orgoglio e dell’irritabilità: tipo: “poeta del cazzo, io di te non ho paura, stronzo intellettuale!”. Emme . Cifra senza significato definito ma che serve alla trasformazione della lettera del nome, la E: è la lettera jolly, che trasforma la devozione di E. in dominio, il perduto amore del poeta errante in trionfo delle intraprese. La canzone, trasformando, Emme, la devozione di E., che annulla prudenza e moderazione, fa entrare nell’orecchio collettivo l’Heimlich del (-φ) del poeta.  Per questo, è la lettera dell’arcano XIII, quella appunto della trasformazione, e del numero 40(che specifica la predilezione della cantante per questa posizione del Foutre du Clergé de France, l’Attrazione della Pianura o anche la Tigre Bianca che salta), dell’arcano XLIII, la carta dell’uovo sopra la farfalla, che è l’anima che si eleva e si svincola sopra il piano fisico, è la carta del trionfo amoroso, e del nulla, che, se è di terra, Toro o Capricorno quando fa la Tigre Bianca che salta, è l’arcano LXXI, il 3 di Denari, la trasformazione della materia, la pulsione sado-anale “s” della cantante connessa alla fenomenologia isterica e urlata della pulsione “hy”, che è a carattere uretrale.
[iii] Cfr. Jean Baudrillard, La trasparenza del Male, trad. it. Sugarco Milano 1990.
[iv] Cfr. Marisa G.Aino, Coppe di castagne, in “Cip&Ciop” n.43, The Walt Disney Company Italia Spa, Milano maggio 1993.
[v] Sono i dolci versucci del Nonsenso della Castagna di Apollo Zuccotto, nella rubrica “I tuoi dolcini” a cura di Marisa G.Aino, per le Coppe di castagne, loc.cit.