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Osvaldo Soriano e il calcio patagonico del nonno ♦



Anche nei suoi racconti, come in quelli di Chatwin, Coloane e Sepúlveda, la Patagonia c’è. C’è coi suoi laghi di sogno e i suoi boschi pietrificati alla frontiera con il Cile: i cervi e gli uccelli giganti simili ai pappagalli che parlano la lingua degli indios, i chimangos che volteggiano all’orizzonte, i guanachi che ti sputano addosso.
Lo scrittore argentino Osvaldo Soriano (1943-1997) era innamorato di Evita Peron sin da bambino; e sino a piangerne la morte prematura. La conosceva “tutta bionda, dalle fotografie e dai notiziari al cinema”. Una foto di lei la teneva nella stanza. E suo padre, che ne odiava il marito, il colonnello Peron, presidente dell’Argentina, la riempiva sempre di insulti.
Soriano aveva una grande passione per il calcio. L’ha pure giocato, anche se non a grandi livelli. E di una partita – allucinante, fantasmatica, fuori d’ogni regolamento – racconta in Pensare con i piedi.
Si giocò nella Patagonia argentina nel 1942. Una partita di cui la storia non lascia traccia. Anzi, più partite furono giocate quell’anno, un vero “Mondiale”. Il mondiale del 1942 che non figura in alcun libro e di cui mai nessuno ha dato notizia. Lui non era ancora nato: e per il racconto dell’avvenimento si affida alle memorie del nonno, segnalinee di quella finale che durò un giorno e una notte.
Non c’erano né sponsor né giornalisti e, a un certo punto, dal campo di calcio sparirono sia il pallone che le porte. Per ricomparire al momento decisivo. Si scendeva in campo con il coltello nascosto. I difensori tiravano sassi o spezie negli occhi agli attaccanti avversari quando si avvicinavano all’area di rigore e li pungevano con spilli nelle mischie. Si giocava dunque con i sistemi più sleali, in campi ai limiti della praticabilità e senza linee per delimitare l’area di rigore. Con l’arbitro che sparava per fischiare i falli e che puntava la pistola contro i giocatori quando ne temeva l’aggressione. Le partite non finivano mai.
In quel “Mondiale” i tedeschi, venuti in Patagonia per portarvi il telefono, e volevano che le partite si disputassero nei posti dove già l’avevano istallato per comunicare al Führer le loro vittorie, superarono in semifinale gli italiani emigrati in Argentina, come prima avevano battuto gli emigrati degl’altri paesi europei, ma persero la finale con gli indios mapuches scesi dalle Ande.
Un’altra partita allucinante si giocò a Ushuaia, la città più meridionale del mondo nella Terra del Fuoco, tra socialisti e comunisti. Diretta (si fa per dire) da un arbitro che leggeva i libri di Hegel e di Spinoza e li usava come cartellini da mostrare ai giocatori scorretti. O da lui ritenuti tali, secondo criteri del tutto discutibili.
Si sedeva a terra e spiegava ai giocatori cosa Spinoza pensava “dell’amore, dell’invidia e della gelosia”. I socialisti difendevano il vantaggio a denti stretti e i comunisti, a un certo punto, avevano rinunciato a pressare perché il pareggio non serviva a nessuno. Avevano stabilito infatti – pensate un po’ – che la vittoria di una delle due squadre avrebbe messo fine alle loro dispute politiche e a trovare un accordo, quando l’arbitro sparò un colpo di pistola per fischiare il rigore a favore dei comunisti tra lo stupore e l’incredulità di tutti.
Sarebbe stato pareggio.
Ne scaturirono infinite discussioni e una confusione tale da favorire l’intervento della polizia cilena e di una colonna dell’esercito argentino. Tutti furono arrestati, pure l’arbitro filosofo. Aveva inventato il rigore temendo che, per la sconfitta dei comunisti, uno di loro non avrebbe mantenuto la promessa che gli aveva fatto prima della partita: di farlo imbarcare su una nave per il Nord America. Dove l’arbitro voleva andare.
Osvaldo Soriano scriveva di notte, in compagnia del proprio gatto, e dormiva di giorno sino al pomeriggio. È stato giornalista dell’Opinion finché non ha dovuto per ragioni politiche lasciare l’Argentina e trasferirsi a Parigi. Si era alla metà degli anni Settanta. Molti dei suoi libri, tra cui Pensare con i piedi, sono pubblicati in Italia da Einaudi. È stato amico di Eduardo Galeano, altro scrittore sudamericano che amava il calcio e che pure ne ha scritto.