VERME AMO E LENZA - ˆ
Dò? No!
a I. G.
Il nostro discorso non sarà facile comprenderlo fino
in fondo, esso infatti dovrà essere accompagnato da una premessa, che purtroppo
sarà altrettanto resistente alla digestione di quanti siamo abituati alla
normalità delle consuetudini. Qui si parlerà dell’arte del donare, dei suoi
effetti e di come non ci sia consuetudine tanto diffusa quanto quella del
donare. Diffusa a macchia d’olio, talmente radicata nell’ordinario
civile-sociale e persino politico da poter essere giudicata necessità umana
della convivenza. Concetto falso nel quale siamo stati coinvolti da
inconsapevoli e ingenui. Coinvolti dalla nostra stessa smania naturale di
venire “messi sotto” masochisticamente o, al contrario, assoggettare il
prossimo per dominarlo in un modo non sempre né solo elegante, ma anche
beneficente al punto da farlo sentire in debito, in obbligo di ricambiare come
meglio e più può per non restare indietro rispetto alla esibita munificità di
chi aveva donato. Ed ecco la prima osservazione che riguarda proprio l’arte del
donare. Un’arte che non è di tutti e per essere esercitata occorre essere
dotati di non comune intelligenza. Questo concetto lo spiegheremo più avanti,
perché prima si dovrà sgombrare il campo di quello che comporta la società
delle feste e delle ricorrenze. Queste sono cresciute di numero e di importanza
in proporzione adeguata rispetto alle strategie del consumismo. Dalle festività
natalizie e pasquali si è, di epoca in epoca, entrati a celebrare
tutto un calendario di ricorrenze, dalla festa di san Valentino per gli
innamorati, istituita in remotissima data a quella della mamma e quindi del
papà di meno remote memorie. Si potrebbe pensare che ci sia una mente
metafisica che preoccupata dei nostri crucci umani si ingegna a inventare per
noi occasioni di spensieratezza e a suggerirci formule di felicità consistenti
in una pausa per portare a casa un dono alla mamma. In realtà è un gioco a
sfondo commerciale che aiuta a far girare moneta e distrazioni. Non siamo più
alle borboniche formule delle tre effe di Farina Feste e Forche, perché siamo tutti democratici consapevoli e, come
si suole sentir dire “maggiorenni e vaccinati”. In realtà questa è la maschera,
un alibi-placebo auto consolatorio, perché, quanto ai fatti, siamo
all’osservanza della “Religione Moda”, e al “come l’una fa le altre fanno”.
Infatti c’è “l’occhio sociale”, la “cattiva figura da non fare”, c’è che non
sempre si trova il quarto d’ora di tempo per chiedere alla propria razionalità
qualche lume che ci faccia leggere bene sul retromaschera del bel volto falso
che ci attrae. Il commercio è commercio e le abitudini da consuetudine
ubbidiscono alle persuasioni occulte che ci inducono a ordinare Coca Cola o
aranciate, o a mangiare nei ristoranti dove possiamo ordinare cavallette
tunisine impanate con condimento di vermi freschi e pidocchi sul rosso
dell’uovo fritto. I giovani che riescono a fuggire dalle droghe raccontano come
siano stati convinti a cominciare dai coetanei e dai “colleghi più
grandicelli” che avevano spiegato loro come fosse titolo di emancipazione , di
“moda”, di “classe sociale” cominciare con lo spinello per arrivare all’eroina.
2 – Donare procura titolo. Specialmente quando
l’occasione del donare è dettata da uno stimolo inconfessabile. Segnatamente
quando il nostro dono raggiunge chi non se lo aspetta, chi non ci conosce
ancora. Il dono dimostra la superiorità di chi lo elargisce, una supremazia
morale che non viene dichiarata ma che produce immancabilmente l’effetto
dovuto. Chi dona viene automaticamente giudicato generoso e ricco, potente e
misericordioso, buono al punto di essere pronto a togliersi il pane di bocca
per darlo al cane del vicino. Tutte qualità che chi dona si può giurare che non
ha. Anzi, al contrario, chi dona compra senza dimostralo perché sottomette nello
stesso momento in cui il destinatario accetta il dono, (abbocca all’amo). Lo
accetta, e, per prima cosa si chiede il perché del dono, ma se lo chiede per un
attimo e con un sormontante sentimento di gratitudine che diventa
inconsapevolmente sottomissione morale. Da quel momento infatti comincerà a
pensare a come ricambiare. Ma poi non se ne farà nulla. Perché chi ha fatto
accettare il primo dono non trascurerà di farne giungere altri. Sarà come una
breccia aperta che di volta in volta viene allargata, e attraverso cui
passerà il donante con tutta la truppa a cavallo e a piedi delle mire recondite
e inconfessabili. Il gentiluomo che dona a piene mani può permettersi di tutto,
dall’accesso al salotto buono di chi ha accettato, alla mensa e infine nel letto
matrimoniale, o in quello delle ragazze di casa. Poi come tutte le burrasche
violente che per loro natura durano poco, una volta raggiunto lo scopo (una
promozione, una ammissione al concorso, il posto in azienda, o il letto), le
bocce torneranno ferme, i doni non giungeranno più (potrebbero aver preso
frattanto altre direzioni e obiettivi). E la vita continua.
3 – Le conseguenze lasciate dai doni e dalle
generosità improvvise seguono il dono come il tuono al fulmine. Siamo tutti
pescatori muniti di canna e lenza con l’amo. In quest’ultimo collochiamo l’esca
del dono, un verme che maschera l’amo e il pesce ignaro abbocca e finisce in
padella. L’uomo non è pesce ma ne consuma la parte quando nel ricevere il dono
abbocca. Le conseguenze dell’avere accettato un dono sono
patrimonio di conoscenze comuni, basterà porre mente e riflessioni verso il
significato di quella meravigliosa immagine del Correggio che si può ammirare
nel Museo del Louvre a Parigi, “Eva porge la mela”. Eppure non è bastato. Né è
bastato l’esempio pregresso rispetto a quello raffigurato dal Correggio, quello
del greco Sinone quando convince regnanti e popolo troiano ad abbattere
il muro di protezione e fare entrare il cavallo. Eppure Cassandra non aveva
smesso di ammonire disperatamente. Macché non era stata ascoltata, pazza,
visionaria, isterica, forse bugiarda! Povera Cassandra insultata, emarginata,
ripudiata, persino dai genitori, dalla stessa madre Ecuba. Ma non solo: era
tale la cecità e il pecoreccio che nei momenti di spingere il cavallo nessuno
si era reso conto o dato significato logico alla evidenza del tintinnare di
metalli, lance scudi, armamenti dei guerrieri greci di cui il cavallo di legno
era contenitore; fracasso che insisteva a ogni movimento brusco, un tintinnare
sinistro che giungeva dalla pancia del sesquipedale dono che i greci avevano
lasciato per i troiani, la cui città aveva resistito per dieci anni a un
assedio vanificato dalle poderose e alte mura, inespugnabili del regno di
Priamo. Ed ecco che una volta dentro le mura che erano state insormontabili, il
dono si aprì e da solo e dalla sua pancia viene fuori la verità. Nessuno ebbe
tempo di chiedere scuse a Cassandra, nemmeno la madre Ecuba, che dopo avere
“abbaiato” per il dolore di veder trucidato davanti ai suoi occhi il figlio,
non ebbe nemmeno il tempo di assistere al rogo della città.
4 - Come evitare le conseguenze che lascia
l’accettare doni? Pare che solo un intervento metafisico, un miracolo, una
profezia (se creduta, perché l’esempio di Cassandra ammonisce). Non ci sono vie
di scampo oltre quella del rifiuto, del rigettare immediatamente. Quando Ulisse
nell’Odissea approda nell’isola di Circe non sa quale fine lo attendeva. Non lo
sa ma viene avvisato da Mercurio, il quale lo informa, lo istruisce a non accettare
il dono che Circe gli avrebbe offerto, perché accettandolo sarebbe stato
immediatamente trasformato in maiale. Ulisse consapevole sfugge alla trappola,
nella quale però cadranno i suoi compagni di viaggio che non avevano prestato
alcuna attenzione e importanza all’ammonimento dato loro dallo stesso Ulisse. E
diverranno maiali del gregge di Circe! Ed ecco che leggiamo nel libro di
uno dei più acuti pensatori e letterati del secolo scorso, Jean Starobinski:
“Il dono improvviso, inatteso è il più potente dei veleni, il più terribile. Ed
è necessario un dono divino per annullarne l’effetto. Guardatevi specialmente
dai doni nei casi in cui c’è di mezzo qualche “amore” potrebbe essere un dono
simile a quello della tunica di Nesso, che avrebbe fatto morire avvelenato chi
l’avrebbe indossata.”
5 – Dunque la tunica avvelenata. Ed ecco faccia a
faccia con una realtà filologica che ha del prodigioso e stupefacente. Cari
lettori vi invitiamo a cercare in un vocabolario di greco il significato della
parola dosis. Ebbene? Quale stupore
vi coglierà quando troverete che dosis ha
due significati, quello del donare e quello di una sostanza che procura la
morte. Quello di veleno potentissimo, letale. Veleno. Voi direte che i greci
quella volta chissà perché, un caso. E no, cari lettori, adesso andate a
prendere un altro vocabolario, quello tedesco-italiano e cercate la voce Gift. Nulla di straordinario, infatti gift significa tanto dono quanto veleno.
Quando le SS accompagnavano le vittime nelle stanze della morte, non dicevano
loro che stavano per andare a morire di veleno ma li rassicuravano dicendo loro
che dovevano sottoporsi a una doccia, un dono (Gift, appunto)che la direzione del campo faceva loro per farli
mantenere puliti, profumati. Infatti appena aperto il rubinetto il getto del
vapore venefico li avrebbe fulminati. Un dono, un gift. Dal greco dosis al
germanico gift, il dono continua ad
avere il suo doppio significato di donare e di avvelenare uccidere
(sottomettere, dominare, aprire le porte di casa).
6 – Eccoci serviti: dono uguale veleno; operazione
sofisticatissima sorretta dall’arte del donare. Ma sappiate che sono le stesse
parole a metterci sull’allarme. La parola dare-donare fa da spia anche
nell’italiano. Basterà una piccola operazione, quasi un gioco ma un gioco molto
serio. Dono proviene da donare ed esattamente da DARE, come nell’originale latino. Infatti è proprio dei
sovrani il donare, il dare è DA RE
elargire doni da parte di chi domina, cioè da re. E i re hanno solo sudditi non
ci sono mai stati due re per un solo stato. Ed ecco la sottomissione il “re galo” come galanteria del sovrano,
del regnante, che abbaglia con il suo DA RE. Dalla sottomissione al veleno?
Proprio così. E bisogna guardarsi e tutelarsi, senza pretendere gli interventi
divini o le profezie di Cassandra che, come sempre e fatalmente non verrà
creduta. Sarà sufficiente spezzare in due la parola dono e chiedersi con la
prima persona del presente del verbo dare: Dò?
La stessa seconda parte della parola risponderà NO! Ciascuno trarrà la morale e
l’insegnamento da questa ennesima dimostrazione delle parole come conseguenza
delle cose e dei fatti. Ciascuno si chieda al momento di accettare un dono per
quale ragione palese o quasi sempre ben nascosta gli viene offerta la mela o il
cavallo o la doccia purificatrice. Se se lo chiederà la risposta se la darà da
solo rifiutando il dono e rendendosi guardingo verso chi pratica l’arte del
donare. Basterà guizzare verso la parte opposta dell’amo nascosto dal verme e
girarsi solo per constatare che è tutto sospeso a una lunga lenza che qualcuno
dall’alto manovra muovendo la canna reggitrice, una mossa che solo l’uomo può
permettersi e non i pesci destinati alla padella.
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