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Stefano Guglielmin ⁞ Lussuria, purezza e crudeltà


Lussuria, purezza e crudeltà 
Se dobbiamo credere che letteratura e vita si compensino vicendevolmente, traendo dal medesimo fuoco gli spunti per disseminarsi nel mondo, allora dovremmo studiare l’opera e la condotta di Gauthier Lecrercq, fratello maggiore di Bernard e suo esatto contrario: tanto il primo aveva impresso nel sangue la severità nei costumi del giansenismo paterno, quanto il secondo correva fuori dal solco, in una deriva spiantata e godereccia. Un particolare avevano in comune (anzi due, ma di questo dirò più avanti): entrambi si fecero ritrarre dal pittore Louis-Léopold Boilly, in principio dell’Ottocento. Sono due piccoli oli: le teste sparruccate, il mezzobusto di tre quarti con redingote e camicia senza fronzoli. Bernard indossa vanitosamente un gilet a righe orizzontali, sottili strisce nere su sfondo oro, e ha labbra carnose, in apparenza innocue. L’irrequietezza selvatica si legge dal taglio linciato delle palpebre e dalle orecchie puntute. Gauthier, il buono, ha i tratti regolari e l’incarnato pallido di chi passa il tempo all’ombra del calamaio o tra le polveri domestiche. Gli occhi sembrano ancora stropicciati dal sonno e invece raccontano, appunto, le notti contese fra la scrittura e le cure amorevoli verso la madre moribonda: rassegnato alle stravaganze di Bernard, Gauthier accettava quest’incombenza con onestà e senso del dovere, accudendo la casa in cui tutti e tre vivevano. Il padre era infatti morto cadendo da cavallo, quando una ragazzina di umili origini gli intralciò casualmente il passo in una stradina di Bois de Boulogne. Nessuno seppe mai di preciso cosa provocò il  disarcionamento, forse nemmeno il cavaliere. Violetta, la piccola fuggita come una lepre dopo l’incidente, era poi cresciuta nella libertà più sorprendente, succosa come una pesca d’agosto.
Destino volle che i due fratelli, molti anni dopo, cominciassero a frequentarla all’ insaputa l’uno dell’altro: Gauthier di giorno, scampando ai doveri; Bernard dopo il tramonto, sino a notte inoltrata. Il primo le scriveva parole romantiche, il secondo faceva l’amore con lei.
Un mattino di sole, Gauthier accompagnò Violetta dal pittore: ne voleva immortalare la mestizia. Louis-Léopold Boilly ne ricavò una fisionomia eccellente, mesta nello sguardo e angelica nell’aspetto, malgrado i neri boccoli sciolti sulle gote aprissero ad altre vertigini, assai meno caste. Lo sfondo neutro amplificava il rossore diffuso, come di ragazza che si esponesse per la prima volta allo studio minuzioso di un uomo. Poche settimane dopo, per ringraziarla dei grandi servigi amatori che gli aveva fornito senza chiedere in cambio alcunché, Bernard Lecrercq la portò dal medesimo pittore, che impresse sulla canapa lo stesso viso, ma dando agli occhi la fiamma della femmina in amore e caricando i boccoli delle sinuosità proprie alle serpi. Era uomo di mondo, Louis-Léopold Boilly: poteva fingere di non avere mai incontrata quella donna e dipingerle il volto come se appartenesse a due dame differenti. Impossibile dire, guardandola, se fosse della specie serafica o infernale; lui semplicemente restituiva la forma richiesta dall’amante. Entrambe vere, entrambe parziali. La verità era assai semplice: a lei il sesso piaceva, ecco tutto. Così come adorava passare dei periodi in assoluta castità, nel bianco della virtù più stretta. Amare Gauthier Lecrercq e suo fratello le consentiva di vivere entrambi i paradisi, non curandosi troppo dei dolori che l’avvicendamento comportava: mancando lei, a causa di una indisposizione o di un occasionale servizio domestico presso una comunità beghina, Gauthier si sentiva un inetto, pieno di lacrime e cuore in burrasca; Bernard invece s’infuriava, ma non la cercava per non darle soddisfazione. Quest’altalena permise alla ragazza di trarre il massimo godimento, almeno fino a quando i due rimasero nel chiuso delle loro abitudini, parlando poco e vivendo l’uno col sole l’altro con la notte. Quando tuttavia Bernard Lecrercq s’impoverì fino al midollo giocando a carte e ai dadi, tanto da chiedere la restituzione del dipinto a Violetta per ipotecarlo assieme al proprio, successe qualcosa d’imprevisto ma decisivo per tutti. 
Prima di darlo al Monte dei Pegni, l’infelice lo aveva portato a casa involto nel giornale, per nasconderlo nell’armadio. Gauthier ebbe la sfortuna d’incappare nel prezioso ingombro mentre cercava un cappello; ingombro che divenne fonte di estrema gelosia appena fu liberato dalla carta e si rivelò, con tutta evidenza, la prova che la sua fanciulla celeste era invece la più ripugnante puttana dell’Impero. Il pittore, pensò Gauthier guardando il ritratto, l’aveva svelata nel profondo: gli occhi lussuriosi e i riccioli infernali raccontavano la melma in cui la sua anima prosperava, lo sporco in cui languiva inferma. La credeva immacolata, ne aveva scritto come si addice a una madonna, con le belle parole di un Werther, di un Ossian e invece…
Non disse nulla né all’uno né all’altra. Aspettò che suo fratello, nel disonore più profondo, gonfio di debiti e senza più amici, decidesse di farla finita. Evento non privo di fascino in quell’epoca, gonfia di narrazioni in cui il sublime e l’orrendo si toccavano i fianchi. Ma quella morte per arma da fuoco, morte vera, con sangue dappertutto e debiti da risanare, non ebbe nulla di letterario, anzi inaugurò una slavina fatale che travolse anche sua madre, che morì ben presto, e parte dell’eredità seguita a quel doppio addio.
Rimasto solo, portato diligentemente il lutto lo stretto necessario e riscosso il denaro rimanente, Gauthier sposò Violetta, non dispiaciuta di quest’esito, per quanto repentino. All’ apparenza, restò il solito buon uomo che tutti conoscevano e rispettavano: premuroso, paziente, sicuro, quello che aveva scritto delle cose di poca importanza, il romanziere dilettante tutto preso dall’ amore devoto prima per sua madre e ora per quella fanciulla. Invece, nel profondo, qualcosa era cambiato nel suo animo. Dal giorno in cui aveva scoperto il tradimento, scomparso il fratello e punita Violetta, legandola a sé col vincolo sacramentale, Gauthier Lecrercq fu pervaso da un’energia nuova, diabolica, che tradusse in racconti crudeli, di sevizie e decapitazioni, ambientati nei botri nauseabondi delle fogne parigine o nei lussuosi pied-à-terre dell’aristocrazia codina. Metteva insieme il sangue delle signore dei boudoir con i denti transilvani di vampiri misogeni, e le grida acute dei farinelli più vanesi con le secrete di abazie popolate da spiriti malvagi. 
Protagonisti di questa serie di storie gotiche, suo malgrado attraversate da una verve d’umorismo involontario, erano Bernard e Violetta, cui faceva compiere nefandezze sotto falso nome, regolarmente scoperte e purgate con altrettanta crudeltà dal potere costituito. Soltanto lui sapeva chi fossero i modelli originali, e godeva di quella ossessione consumata fredda, di quella punizione inflitta per interposta persona. D’altro canto, a sua moglie analfabeta interessava poco la letteratura; a lei piacevano l’alta marea del capitale, piovuto con i primi successi editoriali di suo marito, e il fatto che questi avesse un’onda ciclica di potentissima passione amatoria, seguita da un’apatia lapidaria, che le permettevano di soddisfare ancora entrambi i piaceri, con regolarità. Lussuria e purezza segnarono alternativamente le rivoluzioni lunari per molti anni; nella fase casta, quando suo marito si chiudeva nella torretta a scrivere, lei usciva per le strade come una gradiva pompeiana in cerca del suo artista preferito. Un critico malizioso, all’epoca della guerra franco-prussiana, ipotizzò che tutti i ritratti femminili di Louis-Léopold Boilly, anche di donne anziane, derivassero dalla medesima modella, da lui magistralmente ritoccati, adattandoli al committente. Di sicuro, c’è soltanto che i due ritratti maschili e quello del viso d’angelo sono ora presso un’antiquaria parigina, mentre la traviata fu prima riscossa dal Monte dei Pegni e poi distrutta nel fuoco dallo stesso Gauthier dopo la morte della moglie, per conservarne una memoria più dolce. Rogo amorevole, ma che segnò la fine della sua vena creativa, come si può facilmente verificare leggendo i racconti editi fra il 1834 e il 1856, anno della sua dipartita.
 Stefano Guglielmin
! Il racconto fa parte della raccolta inedita Nature morte con gesuita.